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Aborto,Stepchild adoption e fecondazione assistita:i diritti negati in Italia

 

 

 

 

Esistono due modi, per uno Stato, per non riconoscere un diritto ai propri cittadini. Il primo è banalmente quello di negarlo loro senza tanti giri di parole, ma in un’epoca in cui i diritti costituiscono le fondamenta di qualsiasi società voglia dirsi civile – non a caso si parla specificamente di “Stato di diritto” – va da sé che questa soluzione non è di facile attuazione, almeno nel mondo occidentale. Non che non vi si ricorra comunque; basti pensare alla cosiddetta “stepchild adoption”, consentita per legge da 33 anni alle coppie sposate, estesa da due sentenze del 2007 a quelle conviventi, negata dalla legge sulle unioni civili (ma tuttora applicata dai tribunali). Si ricorre quindi a volte alla soluzione di ripiego, che consiste nel riconoscerlo apparentemente salvo poi fare in modo che non sia pienamente fruibile. Presumo che a questo punto molti avranno in mente almeno un esempio del genere.

Ebbene sì, il diritto teoricamente riconosciuto ma praticamente negato per eccellenza è quello di abortire. E dire che non si tratta esattamente dell’ultimo arrivato, sono ormai passati ben trentotto anni da quando il Parlamento varò la famosa legge 194 e trentacinque dal referendum che avrebbe dovuto affossarla, ma che invece fu bocciato da oltre due terzi dei votanti. È vero, il problema principale sta nel ricorso all’obiezione di coscienza, che è anch’esso un diritto riconosciuto dalla legge, ma la responsabilità dell’errata attuazione di quella legge va addebitata ai vari governi, che non hanno mai vigilato sugli abusi in tema di obiezione e che hanno quindi posto le basi perché il servizio pubblico non fosse garantito come legge prescrive. Dire chi ha quantomeno ispirato questa condotta governativa è superfluo. Giustopochi giorni fa è arrivata l’ennesima bocciatura internazionale, stavolta da parte del Consiglio d’Europa e quindi abbastanza pesante, ma il nostro ministro della salute ha cercato di minimizzare il problema piuttosto che riconoscerlo. Quando si dice la faccia tosta.

Tra quelli che attengono alla sfera della libertà di religione, in particolare alla libertà di non seguirne alcuna ma anche a quella di seguirne una che non sia la cattolica, un diritto mancato è quello datato 1982, anno in cui furono sottoscritti gli accordi di revisione concordataria a Palazzo Madama. Si tratta della facoltà di non frequentare l’insegnamento della religione cattolica a scuola. Prima di allora occorreva chiedere di essere dispensati e sperare che non fosse opposto diniego, dopo il nuovo Concordato la cosa è stata resa un po’ più laica con l’istituzione della fatidica opzione nel modulo d’iscrizione. Certo, fa quasi sorridere che si usi l’aggettivo “laico” parlando di un insegnamento religioso impartito nella scuola statale, ma il problema più grave è che in realtà molte scuole ancora oggi non garantiscono un insegnamento alternativo e quindi, di fatto, privano gli utenti della facoltà di esercitare il proprio diritto. Diritto non a vivere in uno Stato laico, beninteso, ma solo in uno un po’ meno confessionale.

Giova ricordare come la Corte costituzionale abbia avuto un ruolo chiave nella definizione di quelli che sono i diritti laici di oggi. Nel caso dell’aborto fu una sentenza del 1975 a stabilire che un embrione non è un essere umano e dunque il diritto della madre prevale su di esso, aprendo così la strada alla successiva legalizzazione dell’aborto, mentre nel caso dell’insegnamento della religione cattolica la Consulta si espresse nel 1989 per sentenziare intanto che la laicità dello Stato è supremo principio costituzionale, e poi che gli studenti non sono obbligati a rimanere in classe o nell’istituto durante quelle ore. Il quadro venne completato da successive sentenze, ottenute anche grazie all’impegno dell’Uaar, che hanno riconosciuto il diritto per gli utenti di poter usufruire di un insegnamento alternativo, e l’obbligo per gli istituti di attivare quell’insegnamento.

Ancora la Consulta è stata la protagonista dello smantellamento della legge 40 sulla fecondazione assistita, e qui arriviamo all’ultimo, in ordine cronologico, dei diritti disattesi. Sono trascorsi due anni da quando la fecondazione di tipo eterologo, forse la parte più controversa di quell’obbrobrio legislativo, fu abrogata, ma la situazione è tutt’altro che rosea. A confermarlo è un’inchiesta pubblicata dal quotidiano La Repubblica che non fa altro che certificare l’immobilismo del Ministero diretto da Beatrice Lorenzin nei confronti di un problema attualissimo. La stessa Lorenzin che ha appena minimizzato il problema della difficoltà di ottenere un’interruzione di gravidanza, come detto più sopra, e che non ha mai nascosto la sua riluttanza ad affrontare la questione della fecondazione eterologa nel modo che ci si aspetterebbe da chi è chiamato a governare il Paese.

Prima della sentenza erano ben ottomila le coppie che ogni anno si recavano all’estero per effettuare questo tipo di fecondazione artificiale. Le strutture nazionali hanno però assorbito negli ultimi due anni solo una piccola parte di queste: appena 415 trattamenti sono stati messi in pratica, dalla liberalizzazione a oggi, nelle sole cinque strutture pubbliche dislocate in tre regioni (Toscana, Emilia-Romagna e Friuli-Venezia Giulia), mentre si stima che le strutture private presenti in sette regioni abbiano effettuato un numero di trattamenti compreso tra mille e duemila. Un’inezia insomma, rispetto a quella che è la domanda. La cosa paradossale è che gli utenti delle tre regioni che hanno istituito il servizio possono benissimo andare all’estero, cosa che fanno effettivamente perché stanchi di aspettare il turno, e poi rivalersi giustamente sulla propria Asl per il rimborso della prestazione, riducendo il costo al ticket da 500 euro. Questa possibilità è invece preclusa agli utenti delle altre 17 regioni che semplicemente non erogano il servizio.

Alla fine “lo popolo” viene gabbato più e più volte: viene gabbato perché costretto a rivolgersi altrove per ottenere quello che dovrebbe essere suo diritto avere in casa propria; viene gabbato perché costretto a rimetterci di tasca propria, che sia per un trattamento o per il tempo perso in beghe giudiziarie; viene soprattutto gabbato in termini di dignità, perché sente di essere un cittadino di serie “B” e si vede perfino contestato, quando non addirittura deriso, da chi piuttosto che uno Stato di diritto rivendica uno Stato morale. Qualcuno la chiamava terra dei cachi.

Massimo Maiurana

 

 

Questo articolo è stato pubblicato qui
30/04/2016