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Al Shabaab, è guerra tra jihadisti somali e foreign fighter kenioti

 
 

Il gruppo terrorista islamico sta eliminando diversi combattenti stranieri provenienti da Nairobi. Temendo la presenza di spie tra di loro. Dietro l'ondata di esecuzioni c'è il predicatore Ahmad Iman Ali. La storia.

 

Nairobi. Una purga staliniana all’interno di una delle roccaforti del terrore. In Somalia il gruppo terrorista islamico al Shabaab, fedele ad al Qaeda e non allineato con l’Isis, sta eliminando diversi foreign fighter, combattenti stranieri provenienti dal Kenya, nella convinzione che tra essi si nascondano delle spie.

CENTINAIA DAL KENYA. Gli al Shabaab (gioventù in arabo) rappresentano la maggior minaccia terroristica dell’Est Africa. Annidati in Somalia, dove hanno avuto origine come emanazioni dell’Unione delle corti islamiche che fino al 2006 controllava Mogadiscio, vengono accreditati di una forza composta da migliaia di militanti, anche se non esistono stime ufficiali attendibili. Un numero non precisato, ma probabilmente stimabile nell’ordine delle centinaia, è di provenienza keniana.

GRUPPO PIÙ NUMEROSO. Già nel luglio 2011 il gruppo di monitoraggio delle Nazioni unite su Somalia ed Eritrea pubblicava un rapporto in cui si sosteneva che i keniani rappresentassero il «più numeroso e più strutturato gruppo non somalo all’interno di al Shabaab».

Le origini del reclutamento di combattenti keniani risale al 2007, quando i jihadisti hanno iniziato una campagna all’interno dei popolatissimi slum della capitale Nairobi e di Mombasa, centro vicino alla costa a maggioranza islamica. Nello slum di Majengo, a Nairobi, questa campagna è stata condotta da un gruppo chiamato Muslim Youth Centre (Myc) il cui leader, il predicatore Ahmad Iman Ali (noto anche come Abu Zinira) si dice abbia reclutato centinaia di giovani senza futuro e senza prospettive offrendo compensi in denaro più che con la forza del suo carisma.

ATTACCHI MOLTIPLICATI. Ali è poi egli stesso partito per la Somalia dove ha assunto la guida di una brigata di foreign fighter. Quando le truppe keniane nell’ottobre 2011 hanno dato inizio a una serie di operazioni militari contro al Shabaab in territorio somalo, con l’appoggio dell’esercito regolare di Mogadiscio, Ali ha invocato un jihad contro il suo Paese. Le azioni terroristiche in Kenya si sono moltiplicate negli anni successivi: le più clamorose sono state quella al centro commerciale Westgate di Nairobi del 2013 che ha fatto 67 vittime, e la strage all’università della città di Garissa dell’aprile 2015 in cui morirono 150 persone perlopiù studenti dell’ateneo. Ma gli attacchi sono stati centinaia in tutto il Paese, in uno stillicidio di attentati che ha danneggiato il turismo, una delle principali industrie del Kenya.

Al Shabaab Somalia

Un combattente di al Shabaab in Somalia.

Tuttavia, secondo fonti keniane, qualcosa sta succedendo all’interno di al Shabaab. La tensione tra i somali e i foreign fighter negli ultimi mesi è cresciuta e un vasto numero di combattenti keniani sta disertando e rientrando nel Paese di origine. Il gruppo terrorista, reduce da una sanguinosa operazione a gennaio 2017 contro una base dell’esercito keniota a Kulbiyow in Somalia in cui sarebbero morti più di 60 soldati, ha lanciato una campagna di esecuzioni contro gli stranieri sospettati di spionaggio.

FUCILAZIONI IN PUBBLICO. A fine marzo, secondo la stampa di Nairobi, due giovani keniani sono stati fucilati in pubblico a Buq Aqable nella zona somala di Hiraan con l’accusa di aver collaborato con il governo somalo e con le forze della coalizione militare africana Amisom, creata per frenare l’avanzata jihadista. È solo l’ultimo episodio in una serie di esecuzioni che si stanno ripetendo dal 2016 e in particolare da marzo, quando un raid di un drone americano spazzò via un campo di addestramento del gruppo terrorista a circa 240 chilometri a Nord di Mogadiscio, uccidendo più di 150 militanti e limitando la capacità operativa dell’organizzazione.

Dietro le esecuzioni ci sarebbe proprio Ahmad Iman Ali, la mente di queste purghe con cui ha deciso di rinserrare i ranghi

 
Ahmad Iman Ali

Il predicatore Ahmad Iman Ali.

Dietro le esecuzioni ci sarebbe proprio Ahmad Iman Ali che non avrebbe perso il favore dei somali, ma sarebbe la mente di queste purghe con cui ha deciso di rinserrare i ranghi. Alcuni foreign fighter, sempre secondo la stampa keniana, sarebbero stati imprigionati e sono detenuti dentro carceri segrete. Tra essi anche Ramadhan Shuaib, proveniente dai ranghi del Muslim Youth Centre, fino a poco tempo fa ritenuto uno degli esponenti di spicco dei combattenti stranieri e nella lista dei più ricercati dalle autorità keniane.

USATI COME CARNE DA CANNONE. Altri vengono impiegati come prima linea negli attacchi e usati così come carne da cannone. Secondo alcuni testimoni dell’attacco di Kulbiyow, un alto numero degli aggressori non era somalo, ma di origine straniera. Sull’attentato però il governo keniano ha imposto un silenzio quasi assoluto evitando di rilasciare qualsiasi particolare sull’accaduto o cifre ufficiali sulle vittime, ufficialmente per non fare un favore alla propaganda nemica, ma molto probabilmente anche per non turbare la campagna elettorale del presidente Uhuru Kenyatta che è in corsa per la rielezione.

Soldato Somalo

Un soldato somalo sul luogo di un attentato suicida jihadista.

L’impressione è comunque che la guerra contro al Shabaab sia a un punto di svolta. Il 30 marzo gli Stati Uniti hanno annunciato che aumenteranno la presenza militare per addestrare le forze regolari somale. Il presidente Donald Trump ha definito il Paese del corno d’Africa «Area of Active Hostility», una formula che garantisce alle forze militari maggior autorità e autonomia per lanciare raid. Le truppe keniane, anche in reazione all’attacco di Kulbiyow, hanno aumentato le operazioni nelle aree in prossimità del confine, uccidendo a inizio aprile Bashe Nure Hassanm, ritenuto uno dei comandati di al Shabaab e, due giorni dopo, colpendo un campo jihadista vicino a Catamaa, nella regione del Ghedo. Il 15 aprile un raid aereo ha ucciso altri 100 militanti.

SI TEMONO RAPPRESAGLIE. Anche in seguito alla pressione militare, gli attentati in Kenya sono negli ultimi mesi diminuiti, ma l’allerta rimane altissima. Le autorità si attendono infatti una rappresaglia e si teme che alcuni foreign fighter vengano fatti rientrare in patria per compiere azioni suicide.

http://www.lettera43.it/it/articoli/cronaca/2017/04/25/al-shabaab-e-guerra-tra-jihadisti-somali-e-foreign-fighter-kenioti/210083/

 

27/04/2017