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Cile, quando la giustizia favorisce l’impunità

 


Nella storia dei diritti umani, è noto che quando i processi su violazioni dei diritti umani compiute dalle forze di sicurezza sono celebrati da tribunali militari, l’impunità è pressoché garantita.

Il Cile non fa eccezione, come dimostra un rapporto pubblicato da Amnesty International.

Nel paese sudamericano da decenni liberatosi della dittatura, rimane in vigore la norma per cui gli imputati appartenenti alle forze di sicurezza non sono processati da tribunali civili, bensì dalla giustizia militare.

Negli ultimi anni, il Cile è sempre più attraversato da manifestazioni di protesta di fronte alle quali l’intervento delle forze di polizia è spesso caratterizzato dall’uso eccessivo e illegale della forza che ha causato il ferimento o la morte di manifestanti pacifici se non addirittura di semplici spettatori.  I processi nei confronti degli agenti imputati di violazioni dei diritti umani si svolgono a porte chiuse ed è raro che terminino con condanne adeguate alla gravità delle azioni loro addebitate.

Questi i dati ufficiali riguardanti il secondo tribunale militare di Santiago, uno dei sei tribunali militari del Cile: su 4551 denunce di violazione dei diritti umani ai danni di manifestanti presentate negli anni 2005, 2008, 2011 e 2014, sono stati celebrati solo 14 processi, ossia lo 0,3 per cento.

Il rapporto di Amnesty International si sofferma, tra i molti, su due casi.

Il primo è quello di Manuel Gutiérrez, un sedicenne ucciso nell’agosto 2011 a Santiago del Cile. Tornando verso casa, si fermò ad assistere ai primi scontri tra manifestanti e polizia in una protesta che in precedenza era stata pacifica. Venne colpito da un proiettile al petto e morì dopo cinque giorni di agonia.

Inizialmente la polizia attribuì la morte di Manuel a uno scambio di colpi tra bande giovanili rivali. Poi fu arrestato un agente. Come prevede la legge, la procura trasmise il fascicolo alla giustizia militare.

Nel maggio 2014 un tribunale militare condannò l’agente a tre anni e due mesi di carcere, da scontare agli arresti domiciliari. La sentenza venne ridotta in appello a un anno e tre mesi di carcere, dove peraltro l’agente non ha mai messo piede.

Il secondo caso riguarda un fotogiornalista, Victor Salas, picchiato da un agente di polizia mentre stava riprendendo una manifestazione a Valparaiso, nel maggio 2008. A seguito del pestaggio, perse la vista dall’occhio destro.

Nel gennaio 2012 un tribunale militare condannò l’agente di polizia a un anno e mezzo di carcere per “violenza non necessaria che ha causato gravi lesioni”. In appello, un anno dopo, la condanna fu ridotta a 10 mesi. L’agente è poi tornato in servizio. Victor Salas sta ancora lottando per ottenere un riconoscimento.

Il parlamento cileno sta esaminando una proposta di legge che trasferirebbe alla giustizia civile i casi di violazioni dei diritti umani commesse da membri delle forze armate e di polizia. Una legge quanto mai necessaria.

Questo articolo è stato pubblicato qui
07/04/2016