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Diario di una migrante (finzione narrativa)

 

aesposito«Non maltratterai lo straniero e non l'opprimerai, poiché anche voi foste stranieri in terra d'Egitto» (Esodo 22:21)

Ricordo ancora molte cose di quel giorno, credo che potrei persino descriverne la luce: tenue, ormai morente, ma sufficiente, ancora, a definire i profili degli alberi sullo sfondo e a marcare i bordi del sentiero che conduceva al nostro villaggio.  Dalla penombra, d'improvviso, vidi emergere i contorni di due figure: procedevano lente, sembravano aver vagato a lungo nella foresta prima di imbattersi in quel rivolo di terra battuta, simile al letto ormai secco di un antico torrente. Ricordo anche le loro espressioni incredule, l'incertezza dipinta sui loro volti, la disperazione che, alla fine, prevalse sul timore e li spinse a muovere i passi verso di noi. Non avevano addosso che pochi stracci ormai consunti ed ogni particolare dei loro corpi recava come impressi i morsi della fame. Così, barcollanti, più simili a barche alla deriva in quel fiume invisibile che non ad esseri umani, ci vennero incontro, le braccia protese. Sembravano chiedere aiuto, o implorare una muta pietà, la grazia di un gesto. Mio nonno, che mi sedeva accanto e osservava con me l'imbrunire, non attese che arrivassero sino alla nostra casa: si alzò, il volto teso ma aperto, il passo risoluto e gentile, e andò loro incontro. Gli si aggrapparono come naufraghi a una scialuppa ed egli li condusse entrambi fin dentro all'unico stanzone in cui noi, tutti insieme, vivevamo. Senza scambiare tra di loro nemmeno una parola, ma con brevi e silenziosi cenni d'intesa, tutti in casa si misero in movimento.

Mio fratello si affrettò a riempire d'acqua una bacinella, svuotando il bidone da cui attingevamo per resistere all'arsura del giorno e che era ormai quasi vuoto sul far della sera; mia sorella si premurò di far accomodare i due sconosciuti su due sgabelli sgangherati che tenevamo appoggiati alle pareti di paglia e fango della nostra casa e mia madre preparò una bevanda calda e zuccherata, offrendola ai due uomini insieme con il pane che aveva cucinato per noi. Quella sera non cenammo e i nostri giacigli li occuparono quegli sconosciuti, vomitati all'improvviso dalla foresta mentre il sole si spegneva all'orizzonte. Dopo essersi assicurato che gli inattesi ospiti stessero finalmente riposando, mio nonno tornò a sedersi con me a guardare la sera e il suo silenzio stellato. Fu allora, lo sguardo rivolto alla notte, quasi fosse lei a suggerirgli le cose da dirmi, che mi parlò.

“Bambina mia, non indurire già sin d'ora il tuo cuore: rallegrati, piuttosto, perché hai lasciato per una notte il tuo giaciglio a chi era più stanco di te. I tuoi piedi, ancora giovani, non conoscono la fatica, né il tuo cuore inesperto la disperazione. Apprenderai, come l'ho appreso io, che sotto le sembianze di chi è forestiero si cela il volto sconosciuto di Dio: è a Lui che apri le porte della tua casa quando vi accogli lo straniero.

Ogni volta che qualcuno busserà all'uscio della tua dimora, non domandargli chi sia, né che cosa stia cercando: rispondi, piuttosto, alla richiesta muta ed eloquente del suo sguardo e dagli ciò di cui ha bisogno e che i tuoi occhi vedono. E quando rabbia e fastidio affioreranno in te per il sonno e la comodità che per una notte sola ti saranno sottratti, pensa che sotto il tuo tetto, al caldo della tua coperta, per una notte ha trovato ristoro Dio”. Serbai nel silenzio del mio cuore quelle parole. Eravamo gente umile, non possedevamo quasi nulla: il dono all'altro, allo sconosciuto, veniva dalla privazione, non dalla sovrabbondanza. Nel silenzio del giorno che declinava inghiottito dalla foresta, nell'impercettibilità di un gesto d'amore e di pietà, avevamo tratto in salvo due vite: allora non me ne accorsi nemmeno. Oggi lo so.

Sono trascorsi quindici anni da quella sera. Il mio villaggio, in Congo, la sua tranquillità, sono stati spazzati via dalla violenza di un conflitto assurdo, cancellati dall'orrore di una guerra fratricida, fomentata da chi, della morte altrui, ha fatto un affare. Sono dovuta fuggire, costretta a separarmi da affetti e tradizioni, sradicata dalla mia terra come l'albero dalla violenza di una ruspa, improvvisamente costretta ad errare, anch'io come i due forestieri, il fagotto carico, soltanto, delle mie speranze e via via sempre più vuoto. Così, lontana da tutto e da tutti, estranea persino a me stessa, ho attraversato foreste e deserti, conosciuto la crudeltà dell'uomo, tra le bestie la più feroce. A muovere i miei passi il miraggio di una terra dove avrei potuto vivere in pace: ne avevo udito parlare, dicevano che si trovasse al di là del mare, come nelle favole che avevano cullato le mie notti di bambina. E arrivai a credere che si trattasse davvero di una favola.

Quando poi, stipata su un barcone con cento sconosciuti, come me derubati della loro dignità, vagai per giorni in una distesa d'acqua sterminata, in balia delle correnti, compresi che quella terra doveva esserci, che una mattina, d'improvviso, l'avrei vista comparire sul filo dell'orizzonte. Ci presero su dei pescatori, uomini semplici, come mio nonno. Grazie a quegli uomini dal volto raggrinzito, la pelle scavata dal vento e dal mare, l'odore del pesce tatuato sulle mani e il sorriso semplice a solcarne il viso, gli occhi trasparenti come le acque che ogni giorno accarezzano, grazie a loro, uomini di poche parole e dal gesto pronto, la vita palpita ancora in me. Ora che i miei piedi calcano di nuovo la terra, chiusa in un centro dove continuiamo a vivere stipati, come sul barcone salpato dalla Libia, sento dire che non potrò rimanere su questo suolo. Gli uomini di questa terra hanno dimenticato di esserne gli ospiti e se ne credono i padroni: vogliono espellerci da ciò che non appartiene loro, da quella porzione privilegiata di crosta terrestre sulla quale hanno avuto la fortuna di nascere. Non c'è posto per noi forestieri, per noi resi viandanti dalla necessità. Hanno sbarrato le porte delle loro case: Dio non potrà riposare nemmeno una notte al caldo dei loro giacigli.

Come nelle notti trascorse sul mare, vengo a Te, o Dio, mio unico compagno. Ho smarrito tutto, tranne la mia fede in Te. Tu, che più volte mi hai soccorsa; Tu, che dal cuore della notte hai suggerito a mio nonno parole di saggezza; Tu, Padre di figli dispersi, Madre mia, non mi abbandonare. Non sono parole di rancore, ma di pietà, quelle che Ti rivolgo per questi uomini dalle porte chiuse: opera in loro quel che promettesti per bocca del Tuo profeta, trasformando in carne cuori di pietra. Rendili capaci di indignarsi, come ne sei capace Tu. E fa' che non dimentichino mai che per agire, Tu, hai bisogno di loro, di noi: perché siamo noi il riverbero della Tua voce su questa terra, noi le mani di cui vuoi servirti per plasmare un mondo nuovo, più simile a Te perché più umano.

Alessandro Esposito, pastore valdese

 

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20/07/2017