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Dignità indecorosa. Riflessioni sui tempi che viviamo

controlli polizia      

 

Il concetto di decoro è oggi tornato alla ribalta. Utilizzato come giustificazione delle norme contenute nella Legge Minniti-Orlando, accostato, come sinonimo, ai concetti di «vivibilità» e «sicurezza», l’utilizzo di questo termine occulta malamente un aumento dei poteri discrezionali e repressivi degli apparati dello Stato (sindaci, questori, apparati di polizia, ecc.).

In questo testo proviamo a riflettere sulle implicazioni culturali del suo utilizzo, sul suo portato ideologico e su come evitare di cadere nelle grinfie di questo concetto.

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Ogni nozione paga pegno al proprio tempo e al proprio luogo di origine. Le idee del mondo nelle quali queste prendono vita, ne costituiscono infatti l’essenza più genuina. Per questa ragione non esistono nozioni neutre, parole “libere”. Di più, poiché il senso di un discorso non è frutto della semplice somma delle singole proposizioni, né tanto meno dei singoli termini, ma è dato piuttosto dal lavoro solidale di tutti gli elementi che compongono un discorso (una teoria, una dottrina, una visione della del mondo…), è impossibile o quasi appropriarsi dei concetti senza fare i conti con le implicazioni di cui questi sono portatori. Solo un paziente lavoro di risemantizzazione (o un oblio culturale dovuto ad eventi traumatici) libera termini e parole dal loro naturale alveo e, assolutizzandoli, li rende disponibili gratuitamente.

Il concetto di decoro, la parola stessa “decoro”, non fa eccezione. Il fatto che oggi venga riesumata come parola d’ordine politica e, per la prima volta, venga usata all’interno di una legge per giustificare le scelte fatte, non può non costringerci ad una seria riflessione sull’orizzonte culturale e ideologico di cui si fa portatrice.

Da vocabolario il primo significato che incontriamo è: «dignità che nell’aspetto, nei modi, nell’agire, è conveniente alla condizione sociale di una persona o di una categoria».

Benché la sfera del decoro sia affine alla morale e all’estetica, due elementi specifici la caratterizzano: l’attenzione all’esteriorità (l’aspetto, i modi e l’agire) e l’impronta di classe (la condizione sociale). Il decoro è perciò un termine intrinsecamente legato (più di altri forse) ad una società che, gerarchicamente divisa, vede la classe dominante fare sfoggio della propria superiorità, non solo riconoscendola (e riconoscendola come in sé e per sé giusta: in questo si può ravvisare uno dei punti di contatto con la morale), ma anche marcandola di significato, accentuandola per segnalare lo iato che separa chi sta sopra da chi sta sotto. È insomma un’etica aristocratica quella che riempie di vita l’idea del decoro e del decoroso.

Non solo. Il significato di questo termine non afferisce infatti unicamente alla sfera “socio-politica”. Ben altri tre significati infatti seguono quello summenzionato, significati che hanno tutti a che fare con un ambito più strettamente “artistico” (forse per un processo di slittamento semantico che si è prodotto storicamente). Decoro come ornamento, decorazione scenica, «armoniosa proporzione richiesta nelle opere d’arte tra le parti e il tutto, tra la forma e il contenuto».

Qual è il punto di contatto tra questi due ambiti apparentemente così distanti? La risposta sta nell’ultima definizione. “Decoroso” è ciò che è in grado di dare al contenuto (al significato, nel caso dell’opera d’arte) una forma adeguata. Nel concetto di decoro, ogni differenza tra essere e apparire scompare (o meglio, viene abolita). E se in ambito artistico questo può essere garanzia della riuscita dell’opera, in ambito sociale, in una società divisa in classi!, questo non è che uno dei modi in cui la classe dominante afferma il proprio modo d’essere nella (e sulla) società. 

Come dicevamo, dopo lungo tempo e grazie alla Legge Minniti-Orlando questo termine è ritornato sulla scena politica. Norme come il “daspo urbano”, con il quale vengono allontanati da certi territori i soggetti indesiderati (questuanti, senzatetto, writers, militanti politici…), la flagranza di reato “differita” (grazie alla quale è possibile venir arrestati senza mandato e sulla base di meri indizi entro 48 ore dal reato), l’aggravio delle pene per chi occupa una casa anche se in stato di necessità (per esempio perché ha perso la propria), l’aumento dei poteri discrezionale di Sindaci, questori e prefetti, vengono giustificate in nome di sicurezza, legalità e decoro

Non bisogna fermarsi all’apparenza. Dietro l’utilizzo di questi termini, fino ad oggi appannaggio della destra più o meno fascista, non ci sono solo ragioni ideologiche. Certamente il Partito Democratico si fa portatore di una concezione della società da “salotto piccolo-borghese”, in cui ogni disturbo all’ordine costituito è come tale una minaccia e va represso. Sicuramente il governo tenta così di rispondere alla crisi di legittimità e di consenso in cui le istituzioni si trovano sempre più invischiate, ristabilendo la propria egemonia politica e sociale con un aumento della coercizione.

 

Ma d’altronde, ogni forza politica deve necessariamente conquistare una capacità egemonica nei confronti degli altri partiti e delle altre organizzazioni. Senza consenso e senza coercizione, i due elementi fondanti dell’egemonia, è impossibile gestire il potere. E, cosa ancora più importante, laddove il consenso cala, aumentano i vincoli coercitivi (e viceversa): i due elementi sono, per così dire, indirettamente proporzionali. Ed ecco allora che proprio il concetto di decoro, con il suo portato classista ed elitario, è in grado di operare contemporaneamente su entrambi: costruisce consenso giustificando l’uso della forza.  

Ma non c’è solo questo. L’utilizzo del concetto di decoro è anche e soprattutto un paravento. Nasconde, o tenta di nascondere, interessi materiali concreti propri di una classe dominante in difficoltà. La crisi che attraversiamo, infatti, prima di essere una crisi di legittimità politica è una crisi economico-produttiva. Da quasi dieci anni il modo di produzione capitalistico si è inceppato e, salvo che per alcuni settori della borghesia (i produttori di armi per esempio non conoscono crisi), fare profitti è sempre più difficile. I timidi segnali di ripresa, nonostante le fanfare con cui vengono accolti, si rivelano illusioni o eventi contingenti. 

Ma in che rapporto stanno la crisi economica e il concetto di decoro? A prima vista, infatti, sembrerebbero non avere nulla a che fare. Non è così. In questo contesto di crisi generalizzata, come un gigantesco Moloch, il capitale (nazionale e internazionale) non riesce a tollerare ostacoli nella sua corsa all’autovalorizzazione. Tutte le risorse, naturali ed umane, devono essere a sua disposizione immediata. Le grandi opere, con il loro enorme dispendio di denaro pubblico (che viene incamerato in tasche private) e il conseguente saccheggio del territorio, i processi di gentrificazione, che ridefiniscono interi quartieri a scapito degli abitanti, l’appropriazione a vantaggio di pochi privati dei beni pubblici (si pensi ai continui tentativi di privatizzazione dell’acqua pubblica) obbediscono precisamente a questo imperativo: rendere profittevole ogni ganglio della realtà. Così come obbedisce a questo imperativo il mantenimento di intere porzioni della società in stato di costante bisogno e di precarietà esistenziale. La scelta per esempio di far lavorare i migranti gratuitamente è solo la punta dell’iceberg di un processo più complessivo. Un processo nel quale una parte del proletariato (autoctono e straniero) viene espulso per ragioni economiche o politiche dal processo produttivo ed esercita una pressione al ribasso sul costo del lavoro. Per trovare il cosiddetto “esercito industriale di riserva” non serve guardare all’Ottocento, basta semplicemente aprire la finestra e aguzzare la vista. 

Ora, leggi come la Minniti-Orlando (l’ultima di una lunga serie in verità), che aumentano i poteri discrezionali degli organi repressivi, hanno un unico significato: fare la guerra ai poveri e non alla povertà, criminalizzare gli emarginati senza curarsi delle ragioni dell’emarginazione, voler schierarsi espressamente con la classe dominante e con i suoi interessi, tentando quando è possibile di mantenere forme di consenso e quando non è possibile di cancellare ogni possibile dissenso. 

E questo progetto è criminale non solo perché attacca la dignità stessa dell’essere umano (d’altronde è questo modo di produzione a farlo, creando le condizioni per la situazione aberrante in cui siamo immersi), ma perché adottando parole d’ordine come “sicurezza”, “legalità”, “decoro” fomenta il degrado culturale e le intolleranze, creando gli spazi di agibilità politica ai fascismi di varia natura.

 

Ora, si potrebbe pensare che la soluzione sia culturale, che abbandonando questo concetto, il decoro, e adottandone un altro si potrebbe far fronte all’involuzione a cui assistiamo. Al limite, ci si potrebbe convincere che con una serie di aggiustamenti in campo economico-sociale (una redistribuzione del reddito, l’introduzione di una politica di welfare state, ecc.) si possa invertire la rotta e allontanarci dalla barbarie verso cui invece stiamo correndo. Non è così. 

Il problema, infatti, sta – come si suol dire – nel manico. Sta nel modo in cui questa società produce la ricchezza, nei rapporti economici e quindi socio-politici che gli individui intessono tra loro: in una parola, nella struttura stessa di questa società. Una società scissa, lacerata, che vede da un lato una classe, la borghesia, che occupa oggettivamente un certo ruolo nella società, avendo la proprietà dei mezzi di produzione, e dall’altra un proletariato che, escluso da questa proprietà (che per lui significa innanzitutto essere escluso dalla possibilità di sostentarsi autonomamente), è costretto a vendersi, a vendere il proprio tempo e le proprie capacità al miglior offerente. Già Hegel scriveva all’inizio dell’Ottocento che nella società moderna la ricchezza non si misura più in quantità di beni di consumo posseduti, ma nel possesso degli strumenti per produrre i beni di consumo. Già duecento anni fa era stato messo il dito nella piaga ed era stata mostrata la contraddizione principale di questa società. 

Auspicare, oggi, un intervento riformistico (sul modello di quelli sopra citati) che non risolva tale contraddizione, equivale a voler ridipingere gli infissi di un palazzo che sta crollando. È invece nostro compito mettere mano alla struttura di questa società, scuoterla dalle fondamenta per far crollare questo marcio edificio e ricostruirne un altro. 

È nostro compito ricomporre la scissione oggi esistente nella società, superando la contraddizione che la affligge. Rispondere alla diffusione della miseria non con la pietà o il cinico astio delle classi dominanti, ma con la lotta comune dei miserabili per la propria emancipazione. Lotta per superare le divisioni, le contraddizioni, l’inuguaglianza e l’ingiustizia sociale, rispondendo al “valore” della proprietà privata dei mezzi di produzione, con la rivendicazione della proprietà collettiva, contrapponendo alla giustificazione dell’esistenza delle classi, il fine della loro assenza. 

Al decoro, dobbiamo opporre l’etica: la rivendicazione della dignità dell’essere umano in quanto tale. Come diceva Terenzio: «Homo sum, humani nihil a me alienum puto» («Sono un uomo, e non ritengo a me estraneo nulla che abbia a che fare con l’uomo»).

 

https://sinistrainrete.info/societa/10052-dignita-indecorosa.html

23/06/2017