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L'arte del vivere e del morire

      

 

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“L’orizzonte filosofico della ricerca della felicità non può che essere agnostico, relativistico e antidogmatico. E non può prescindere dalle tre caratteristiche principali dell’essere umano: la diversità individuale, la libertà e la dignità”. Pubblichiamo un estratto dal volume “La felicità e i suoi nemici. Apologia dell’agnosticismo” di Michele Martelli (Manifestolibri), in questi giorni in libreria.

di Michele Martelli

Richiamando brevemente le varie figure di «vita felice» fin qui delineate, possiamo dire che: il gaudente vive gioiosamente ciò che il presente gli offre, nell’oblio del passato e nell’incuranza del futuro; l’amante trova la sua felicità nell’inebriante e innocente abbandono all’abbraccio amoroso con l’amato; il libertino vive la sua vita relazionale, sociale, sessuale, senza ottusi preconcetti, con pienezza, eleganza e moderazione, nel rispetto delle scelte e delle opinioni altrui; il conviviale ama unire i piaceri corporei della tavola al diletto dell’intrattenimento culturale con amici e convitati; il giullare di Dio esprime il suo inno di gaudio alla vita e al Creatore cantando, danzando, poetando e recitando; il mistico trova la sua beatitudine nell’ardente brama di dissoluzione di sé nella realtà divina in cui crede; l’illuminato vive in un ineffabile stato mentale di vuotezza, libero dalle passioni e illusioni del mondo apparente; l’atarassico, pur attento ai doveri civili e sociali, non si lascia turbare dagli eventi che non sono in suo potere; il partner della coppia unisce libertà, impegno, onestà, rispetto, responsabilità e saggezza nella costruzione di una relazione intima, meditativa, profonda e duratura che consenta di cogliere quotidianamente, ogni momento, senza rinvii ad un futuro ipotetico, la cosa forse più preziosa della vita, «il fiore dell’amore».

Nella sua interezza, l’idea di «vita felice» di ognuno, dal gaudente all’atarassico al partner della coppia, costituita da elementi religiosi o irreligiosi, corporei o spirituali, materiali o mentali, non è certo scambiabile né correggibile con quella di nessun altro. Ma, mi domando, pur nella loro inconfondibile specificità, c’è qualcosa di comune tra queste diverse e irriducibili esperienze che sia tale da poter costituire un primo abbozzo di costruzione ideal-tipica dell’idea di felicità? Mi pare di sì, e per vari motivi.

Innanzitutto, esse dimostrano che ciascuno non può essere felice se non a suo modo, a condizione che anche gli altri lo siano a modo loro. Ogni progetto di felicità possibile non può prescindere infatti dalle tre caratteristiche principali dell’essere umano: la diversità individuale, la libertà e la dignità. Siamo liberi nella nostra reciproca e irriducibile diversità: se il libertino fosse costretto a seguire la via del mistico, l’illuminato la via del gaudente, il conviviale la via del giullare di Dio, e così via, avremmo figure non di «vita felice», ma infelice.

D’altronde, la libertà nella diversità implica il rispetto della dignità propria e altrui: nessuno può essere felice se de-umanizza, mercifica, degrada se stesso e l’altro a puro mezzo. Chi può immaginare senza inorridire un giullare-inquisitore cantare le laudi al Creatore mentre ordina o esegue la tortura e decapitazione di un innocente? O un gaudente assistere gioiosamente alle tragiche contorsioni di una danzatrice da lui costretta a danzare fino alla morte? O un conviviale che imbandisce riccamente la tavola allo scopo di intossicare i convitati? E l’esemplificazione può continuare. Si tratterebbe comunque di folli mostruosità di persone violente, malate, psicotiche.

In secondo luogo, qual è l’orizzonte filosofico comune a chiunque la felicità ricerca, se non l’agnosticismo? E per due ragioni: prima, perché radicalmente antiautoritario e antidogmatico; e poi perché relativistico e antiassolutistico. Chi sa di possedere criteri, verità e valori assoluti, indiscutibili, indubitabili, pretenderà prima o poi di imporli agli altri, senza freni e limiti, con le buone o con le cattive, in nome di Dio o di un suo surrogato mondano, a cui volentieri sarà acriticamente e servilmente sottomesso. Colui che invece sa di non sapere né di poter mai sapere se ci siano e dove e quando criteri e valori e realtà assolute, non presterà la sua fiducia a nessun dio o idolo terreno, a nessuno sarà sottomesso e nessuno vorrà sottomettere, su tutto e tutti eserciterà la sua tolleranza e il suo libero giudizio critico.

Il mistico o il giullare religioso crede in Dio, ma ne dichiara agnosticamente l’inconoscibilità: perciò la via spirituale alla beatitudine è sua e solo sua, a nessun altro egli vorrà e potrà imporla. Il che si può dire per tutte le altre figure qui passate in rassegna, con qualche distinguo per l’atarassico. A questo proposito va detto che anche lo stoicismo romano, al pari di quello greco a cui esso si ispira, inserisce l’atarassia in un contesto concettuale di tipo metafisico, per cui ciò che non è in nostro potere sarebbe in potere di un Logos o Ragione divina immanente nella natura, tesi che ovviamente non regge alla critica agnostica. Ma è vero anche, come ipotizza Marco Aurelio, che qualunque sia la nostra idea di natura, l’impotenza umana rispetto alla natura non muterebbe di una virgola. Da tutte le figure qui delineate emerge comunque un’idea di felicità che si identifica o nella pienezza di vita del momento presente (il gaudente, l’amante, il libertino, il giullare di Dio, il conviviale) o in un puro e più o meno soggettivo stato mentale, interiore (il mistico, l’illuminato, l’atarassico) o infine in un progetto di vita di coppia profondamente appagante, che sappia cogliere e coltivare ogni giorno e ogni momento la gioia, il valore, il dono prezioso dell’amore.

L’orizzonte agnostico, relativistico e antidogmatico, ne risulta in complesso ribadito. Se nulla di assoluto si può conoscere, ne segue che verità e valori non sono che produzioni umane, relative, molteplici e mutabili, storicamente e socialmente condizionate. Noi creiamo i nostri sistemi valoriali, e noi li modifichiamo, integriamo, reinventiamo, in base ai nostri sempre più ricchi bisogni esistenziali. In questo quadro, nella ricerca personale e collettiva della felicità assume un’importanza decisiva la riscoperta e riappropriazione di quell’arte del vivere e del morire, ars vivendi et moriendi, che fu praticata dagli antichi, e da noi moderni oramai dimenticata. Il punto centrale su cui per gli antichi riposavano le regole di tale arte è il nesso vita/morte.

Se concepita come l’evento più o meno inaspettato, improvviso, che segna la cessazione della vita, la morte può essere affrontata in due modi. O esorcizzandola, in quanto come scriveva Epicuro nella Lettera a Meneceo, essa «nulla è per noi», dal momento che, «quando ci siamo noi, non è presente la morte, e quando essa sarà presente, allora non ci saremo noi»[1]; perché dunque farsi angosciare? Oppure immaginandola nichilisticamente come un orribile abisso, pronto a inghiottirci e annullarci, il che non può che provocare in noi infelicità e disperazione. Anche l’invocazione della morte come la fine, la liberazione dalle nostre sofferenze è una forma di angoscia nichilistica: «Io non ci sarò, ma allora cosa ci sarà?», si chiedeva, nell’omonimo racconto di Tolstoj, il giudice Ivan Il’ič, atterrito dal fantasma della morte incombente: «Non ci sarà nulla», la disperata risposta[2].

Che dire? L’argomento epicureo mi sembra un artifizio retorico, facilmente rovesciabile nel contrario: poiché è il suo arrivo, la sua presenza, la causa determinante della fine della nostra vita, del fatto che non ci saremo più, è chiaro che la morte non può esserci indifferente. Del resto, è incongrua anche la posizione del nichilista: il suo presunto Nulla metafisico che lo atterrisce è per definizione «Ciò che non c’è, che non esiste»; affermare che «c’è il Nulla» è contraddittorio, in quanto logicamente Essere e Nulla si escludono. Perché allora dare corpo agli irrazionali fantasmi della nostra immaginazione, angoscia e disperazione?

Ma c’è un altro modo di concepire la morte, che consiste nell’accettarla serenamente nella sua ineluttabilità: «I giorni passano e la morte s’avvicina!»: è il vecchio detto proverbiale che mia madre amava spesso ripetere con una certa malinconia. Né potrebbe essere altrimenti, dato che, come Epitteto e Marco Aurelio ci ricordano, la morte fa parte della grande sfera di ciò che non è in nostro potere[3].

Non basta però accettarla soltanto come l’evento decisivo e conclusivo della vita. Occorre di più, e cioè pensarla come qualcosa che accompagna la vita in permanenza. Non nell’ovvio senso che la morte può sopraggiungere in qualsiasi momento, e nessun angelo o arcangelo può annunciartela, citofonartela in anticipo, dall’aldilà. Bensì nel senso che la vita è un processo energetico sottoposto sin dall’inizio al deperimento, al disfacimento, a ciò che la termodinamica definisce legge dell’entropia (dal greco en = dentro, e tropè = trasformazione), per cui ogni sistema fisico e bio-fisico passa ininterrottamente dall’equilibrio allo squilibrio, dall’ordine al disordine, dalla vita alla morte[4]. Vivere insomma significa morire un po’ alla volta, un pezzo alla volta, giorno dopo giorno, momento per momento. Già Marco Aurelio l’aveva intuito: «Tutto si trasforma, e anche tu sei in continua trasformazione e, in un certo senso, in continua dissoluzione. E così pure l’universo intero»[5].

Lasciamo ai cosmologi la discussione sull’immagine scientifica dell’universo, se per esempio allo stato attuale sia più attendibile la teoria del big bang o del big crash. L’idea dell’aumento dell’entropia non è per ora in discussione. E comunque, per quanto concerne l’esistenza di ogni vivente, noi compresi, è confermata dalla comune esperienza. Che fare dunque perché sia possibile la nostra e l’altrui felicità?

I) Innanzitutto, tenere presente che la felicità non ci cade miracolisticamente dal cielo come la biblica manna, ma è qualcosa da conquistare e difendere, conquistando e difendendo le tre condizioni irrinunciabili che la rendono possibile: la libertà, la dignità e la diversità individuale. Condizioni che in uno Stato democratico sono altrettanti diritti fondamentali garantiti a tutti i cittadini. Conosco la vecchia obiezione, di stampo antidemocratico, che i diritti eguali finirebbero per equalizzare ex lege i cittadini, colpendo paradossalmente la loro libertà e diversità.

Al contrario, mi pare che in democrazia l’uguaglianza dei diritti riguardi il minimo delle condizioni da garantire a tutti proprio perché ciascuno possa esprimere e sviluppare a suo modo le proprie attitudini e aspirazioni: ad esempio, il diritto al lavoro implica, almeno in teoria, che ciascuno possa scegliere l’attività lavorativa che più gli aggrada, così come il diritto all’educazione e all’istruzione ha il fine ultimo di promuovere e premiare il merito individuale. Analogo il discorso per gli altri diritti umani, politici e civili, compresi quelli che riguardano particolari gruppi sociali, come i bambini, i malati, gli anziani, i diversamente abili, i rifugiati politici. La legislazione sui diritti può essere considerata come un progressivo ampliamento e potenziamento delle tre condizioni irrinunciabili di ogni felicità possibile.

II) Inoltre, porsi in qualsiasi condizione come gli artefici, gli artisti della propria vita, mirando a costruirla, per quel che ci è consentito, come un’opera d’arte, imperfetta e difettosa quanto si voglia, ma dotata di bellezza e di valore in sé, e perciò degna d’essere vissuta. Non penso allo schema decadente e aristocratico dell’estetismo d’annunziano, che non si misura sui problemi materiali e talvolta tragici dell’esistenza, ma allo straordinario messaggio de La vita è bella di Roberto Benigni, regista e attore, che con la sua sottile ironia e le sue paradossali invenzioni e gag rovescia la tragedia della Shoa in una farsesca ridicolizzazione del nazismo.

La metafora dell’opera d’arte può essere sostituita anche con quella della danza o del gioco, attività che hanno in se stesse il loro fine, la loro giustificazione e ragion d’essere: la vita come una danza che ci piace danzare, un gioco che ci piace giocare, senz’altro scopo che danzare e giocare. Allo stesso modo, la «vita felice» è il tipo di vita che trova in sé il suo valore intrinseco.

III) Infine, vivere il presente, per quel che si può, pienamente e intensamente, perché il passato non c’è più e il futuro non c’è ancora. Il passato e il futuro, dice Schopenhauer nel Mondo come volontà e rappresentazione, sono qualcosa di puramente mentale, concettuale, in fondo irreale: «Nel passato nessun uomo è vissuto, e nell’avvenire nessuno vivrà: il presente solo è forma d’ogni vita, ed è sicuro dominio, che alla vita non può mai essere strappato»[6]. Nietzsche nello Zarathustra immagina il presente come un «attimo immenso», senza tempo, parole che l’annunciatore dell’«oltreuomo» vede scritte sulla porta carraia posta a divisione tra i due sentieri infiniti del passato e del futuro[7]. Il tempo misurato spazialmente dalle lancette sul quadrante dell’orologio è inautentico, dice Bergson. Ecco perché, come ha scritto l’etnologo francese Marc Augé, la «vecchiaia non esiste» e «tutti muoiono giovani»: non nel senso che con l’avanzare dell’età non ci sia invecchiamento, indebolimento e logoramento del corpo e della mente, ma nel senso che dentro di noi, nella nostra interiorità, noi viviamo «un tempo senza età», ci avvertiamo sempre identici a noi stessi, fino all’ultimo respiro e all’ultimo barlume di coscienza[8].

Tutto scorre, tutto passa, tutto si decompone, ma la possibilità d’essere felice sta nel vivere senza alienazione, rinvii e nostalgie, il «qui e ora» della nostra vita. A qualsiasi età. Anche a novant’anni. Bello sarebbe, alla domanda: «Novanta: li sente?» poter rispondere con serena ilarità come fece Dario Fo: «No, ma certo l’età c’è. Se poi mi capiterà di morire, io ho fatto il possibile per campare»[9].

Poiché è una successione di giorni, di ore e di minuti, se vissuta in ogni istante con pienezza, la vita intera, come l’attimo immenso, appartiene all’eternità. Il filosofo spagnolo Fernando Savater, laico e ateo, ha scritto: «La vita è transitoria, ma chi ha vissuto, lo ha fatto per sempre»[10]. Meglio viverla, quindi, anzi volerla vivere come se potessimo tornare a viverla in eterno allo stesso modo in cui l’abbiamo vissuta finora. Siamo quel che siamo; sani o malati, omo- o etero-sessuali, giovani o vecchi, religiosi o irreligiosi, prendiamo il meglio dalla vita che viviamo, nel luogo e nel momento in cui la viviamo: non c’è migliore ricetta di felicità possibile.

NOTE

[1] Epicuro 2014, p. 5.

[2] Tolstoj 2002, p. 58.

[3] Epitteto 1960, III, 10, pp. 189-191; Marco Aurelio 2013, 48, p. 79.

[4] Su questa tesi è incentrato il recente e bellissimo libro, a metà tra il saggio filosofico e l’autobiografia, di Mark Rowlands 2015.

[5] Marco Aurelio 2013, IX, 18, p. 205.

[6] Schopenhauer 1979, vol. II, Libro quarto, § 54, p. 370; cfr al riguardo Borges, Nuova confutazione del tempo, in Id. 2005, vol. I, pp. 1070-1089.

[7] Nietzsche 1979, Parte terza, «La visione e l’enigma», pp. 191-192.

[8] Augé 2014, in particolare pp. 101-104.

[9] Intervista a Dario Fo di Anna Bandettini, «Corriere della Sera», R2, 19 febbraio 2016, p. 37.

[10] Savater 2007, p. 56.
 
http://temi.repubblica.it/micromega-online/larte-del-vivere-e-del-morire/
21/05/2017