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La questione generazionale non esiste

 

 

Perché da noi i giovani non trovano lavoro? Perché i vecchi sono cattivi ed egoisti? No. Non lo trovano perché il Mezzogiorno è sottosviluppato, perché le imprese non innovano, perché siamo un sistema a caste chiuse. Tutto il resto sono chiacchiere da bar

 

Ok, la stiamo sparando grossa. Tanto più nel giorno in cui escono i dati del rapporto“Occupazione e sviluppi sociali in Europa” della Commissione Europea, dati che mettono in fila tutti i record negativi dei giovani italiani. Ad esempio, che abbiamo il 19,1% di Neet - ormai sapete cosa significa, vero? -, quasi il doppio rispetto alla media continentale. O ancora, che siamo al terzo posto in Europa per disoccupazione giovanile (non trova lavoro il 37,8% dei giovani che lo cercano). O ancora, che siamo il Paese in Europa dove i giovani trovano i lavori peggiori e peggio pagati. O che, anche per questo, le nostre madri sono quelle con l’età media più alta, alla nascita del loro primo figlio.

Eppure no, nonostante tutto, questa non è una questione generazionale. E raccontarla semplicemente così - nostra culpa, anche -, come un furto intenzionale da parte degli anziani sui giovani impedisce di focalizzare le vere questioni su cui siamo seduti, da decenni. È il non averle affrontate - meglio: aver rinunciato ad affrontarle - che ha fatto esplodere la questione generazionale. E i giovani dovrebbero aver contezza di questo. Se non altro per capire per cosa e con chi prendersela.

È un problema di Mezzogiorno, innanzitutto, non dell’Italia intera. È infatti la disoccupazione giovanile nelle regioni meridionali il dato che fa schizzare l’Italia in testa alle classifiche. Se in Calabria quasi sei giovani su dieci cercano lavoro e non lo trovano, in Provincia di Bolzano la disoccupazione giovanile è al 3%. Anche in relazione ai Neet, la percentuale nel Sud Italia è esattamente il doppio rispetto a quella del Nord (34% contro 17%). Non solo: in un anno “buono” come quello appena trascorso, i Neet del nord sono diminuiti a velocità doppia rispetto a quelli del Sud. Tradotto: se ci si mettesse di buzzo buono per provare a far crescere le economie meridionali, le statistiche sui giovani migliorerebbero all’istante. Scommettiamo?’

È un problema di specializzazione economica e valorizzazione delle competenze, anche. L’Italia è infatti anche uno dei Paesi col più alto tasso di disoccupazione tra le persone con una laurea o più. Non solo: a tre anni dal conseguimento del titolo di studio, oltre un quarto dei laureati italiani svolge mansioni in cui il possesso della laurea non è necessario, o addirittura è eccessivo. Poi certo - coincidenza! - i laureati sono di più tra i giovani, in percentuale. Ma, ancora, il problema non risiede nella carta d’identità, quanto piuttosto nel fatto che l’Italia ha un sistema produttivo a bassa intensità di capitale umano specializzato. Non a caso, in Silicon Valley - la culla del lavoro ad altissima specializzazione - il problema è speculare: a faticare nel trovare lavoro sono i cinquantenni.

 

L’Italia è uno dei Paesi col più alto tasso di disoccupazione tra le persone con una laurea o più. Non solo: a tre anni dal conseguimento del titolo di studio, oltre un quarto dei laureati italiani svolge mansioni in cui il possesso della laurea non è necessario, o addirittura è eccessivo

 

È inoltre un problema di rendite di posizione e di diritti acquisiti.Indipendentemente che i giovani ne facciano parte o meno, l’Italia è un Paese di circoli chiusi, ordini professionali, piccole e grandi caste. Un Paese in cui un lavoratore pubblico abbandona la scrivania solo quando va in pensione. In cui i tagli alla pubblica amministrazione si fanno bloccando il turnover. In cui l’accesso alle professioni liberali (avvocati, notai, commercialisti, giornalisti) è subordinato all’iscrizione a un ordine professionale e in molti casi contingentato. In cui, le riforme del lavoro e delle pensioni non valgono per tutti, ma si fanno solo sulla pelle dei nuovi entrati. Un disoccupato anziano, per dire, avrebbe gli stessi problemi di precarietà di un disoccupato giovane. Solo che i giovani disoccupati, fisiologicamente, sono molti di più.

È un problema di debito pubblico, infine. Quel gigantesco barattolo che oggi pesa il 133% del prodotto interno lordo e che continuiamo a calciare in avanti sarà un problema sempre più grande, per le generazioni che verranno, se non ci mettiamo di buzzo buono per provare, un po’ alla volta, a ridurlo. O perlomeno, a provare a crescere, senza farlo aumentare in misura più che proporzionale, come è successo negli ultimi anni. Facciamolo, e vedrete che i giovani di domani ci ringrazieranno. Se non altro, perché potranno spendere un po’ di soldi per provare a cambiare le cose, e non solo per pagare gli interessi sui nostri errori.

 

http://www.linkiesta.it/it/article/2017/07/18/la-questione-generazionale-non-esiste/34950/

19/07/2017