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Le elezioni si avvicinano: per i Cinquestelle non è più tempo di scherzare?

 

È ormai sempre più evidente che la diarchia capricciosa e metereolabile (Beppe Grillo + Staff), che funge da intellettuale collettivo dei Cinquestelle, non nutre il benché minimo interesse per le prossime amministrative di giugno; lasciate andare abbondantemente allo sbando, visto che ogni passo significativo è indirizzato alla scadenza politica delle elezioni nazionali 2018 (salvo impreviste anticipazioni). 

D’altro canto, se è comprensibile la fregola di mettere le mani niente meno che sul governo della Repubblica, con relative opportunità tanto di business (per la Casaleggio Associati) quanto di gratificazione iomaniaca (Grillo), l’avvicinarsi delle scadenze decisive intensifica la ricerca dilettantesca di posizionamenti politici utili alla causa, in una sommatoria di mosse maldestre e autogol. Nei tre ambiti topici per qualsivoglia soggetto che calchi la scena pubblica:

  • individuazione della leadership;
  • determinazione dei tratti qualificanti della proposta;
  • definizione del blocco sociale di riferimento.

Per quanto riguarda il team di governo, la principale preoccupazione dei diarchi risulta essere quella di averne il totale controllo. E la sperimentata remissività del duo Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista fornisce la massima assicurazione al riguardo. Sicché non stupisce la presa di posizione di Grillo che sul blog (o chi per lui) si premura di segare immediatamente l’ipotesi “Chiara Appendino premier”, precisando che il sindaco torinese non è candidabile in quanto i regolamenti interni al Movimento vincolano ogni portavoce all’ottemperamento fino alla scadenza del proprio mandato on corso. Effettivamente è così. Ma in questo caso bisognerebbe dichiarare che neppure i dioscuri Di Maio e Di Battista possono aspirare all’incarico presidenziale, qualora rieletti nel frattempo parlamentari.

È tutta una manfrina per candidare premier l’afasico Davide Casaleggio jr. o il Beppe Grillo in costante allargamento da bulimia autoritaria?

Per quanto concerne la questione delle priorità, il rilancio ancora nella marcia Assisi-Perugia del redito di cittadinanza indica come scelta strategica le nuove povertà. Ma il tema è troppo serio per ridurlo a guitteria, pena inevitabili smascheramenti. A partire dalle quantificazioni. Grillo dichiara che l’investimento necessario per il varo del provvedimento si aggira sui 17/20 milioni. Da dove salta fuori questa cifra a casaccio? Solo considerando le povertà assolute, in base alle rilevazioni Istat ci troviamo davanti a 1,6 milioni di famiglie italiane e a 4,6 milioni di individui. Volendo assicurare loro appena 5-600 euro mensili, i totali diventano circa 9 e 28/30 miliardi. Indubbiamente una cifra che può essere reperita se vi è la volontà politica di farlo (e la capacità di ridisegnare il bilancio dello Stato), ma siamo ben lontani dalle facilonerie grillesche. Inoltre permane il dubbio che il guru confonda questa forma pensionistica con il New Deal di Roosevelt: l’erogazione ha un alto valore perequativo ma, rivolgendosi a un target in miseria, ben difficilmente può svolgere la funzione di rilanciare i consumi. Come se si trattasse delle politiche keynesiane di investimenti anticiclici.

Infine il posizionamento elettorale, che vede l’inseguimento di un target conservatore tendente al reazionario/codino, vista l’aggiunta della tematica finanziamento scuole private alle precedenti posizioni para-leghiste anti ONG e immigrati.

Tirando le fila: non sarà che – come già nel 2013 – il gruppo di comando 5S si augurerebbe per il 2018 un buon risultato elettorale; senza però essere costretto ad accollarsi la grana di dover governare il Paese?

Pierfranco Pellizzetti

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23/05/2017