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Morosini: «Il 41bis è necessario ma non diventi una pena inumana»

 

 

Il ricordo di Falcone: «Ha sperimentato strumenti moderni quali la ricerca del riscontro all’attività dei pentiti e la capacità di lavorare in pool... »

Il giudice Piergiorgio Morosini è stato titolare di numerosi processi a Cosa Nostra ed estensore di sentenze ai suoi capi storici.
Segretario nazionale di Magistratura democratica, nel 2014 è eletto al Csm. Attualmente è membro della prima Commissione, quella sulle incompatibilità.
Nel 2012 venne designato giudice dell'udienza preliminare al processo sulla "Trattativa Stato-mafia" in corso a Palermo
Consigliere, secondo molti commentatori, con il nuovo codice di procedura penale non sarebbe stato possibile celebrare il Maxiprocesso del 1986...
Ai nostri giorni sarebbe più complicato imbastire un processo di quelle dimensioni. Anche se, ancora oggi, si celebrano processi di quel genere e con molti imputati. Penso al processo "Aemilia" sulle infiltrazioni della ‘Ndrangheta in Emilia Romagna. O al processo "Mafia Capitale". Diciamo che oggi, con i riti alternativi come il patteggiamento o l'abbreviato, meno imputati vanno a dibattimento.
I collaboratori di giustizia, partendo da Tommaso Buscetta, sono stati determinanti nei processi di mafia. Negli ultimi anni si è registrato un loro netto calo. Come ovviare?
Il numero dei collaboratori di giustizia dipende dalle nuove caratteristiche del crimine organizzato. Oggi i gruppi mafiosi fanno maggiore attenzione ai soggetti con i quali condividere le informazioni più importanti e delicate per il sodalizio. C'è una compartimentazione maggiore. Ciò ha condotto anche ad un cambio di strategia investigativa. Facendo maggior ricorso alle intercettazioni telefoniche e ambientali. E questo ha mutato il modo di costruire le piattaforme probatorie sui singoli imputati. Faccio un esempio per quanto attiene la partecipazione ad una associazione mafiosa: un tempo la qualifica di "partecipe" era quasi sempre affidata al pentito che diceva "quello è un uomo d'onore", come si trattasse di un mero status; oggi con le intercettazioni si va alla ricerca di  "condotte concrete" circa il contributo effettivamente dato all'associazione, e quindi si rispetta maggiormente il principio della materialità del reato.
La stampa ha avuto un ruolo chiave nel Maxiprocesso.  
I processi di mafia hanno sempre avuto grande attenzione. Non solo il Maxiprocesso. Si pensi al processo per l'omicidio di Emanuele Notarbartolo, tra i primi grandi delitti di mafia, o ai processi alle cosche siciliane degli anni 20, ai tempi del Prefetto Cesare Mori. Processi le cui cronache vennero riportate anche dal New York Times. Certamente oggi l'attenzione per i processi di mafia non è sovrapponibile a quella degli anni 80 e 90. Ci sono fenomeni nuovi con i quali la criminalità mafiosa si integra, ad esempio con i reati economici e di corruzione. Ed è a questo tipo di processi che oggi si rivolge l'attenzione  dei media, come "Mafia Capitale" a Roma o  quelli sulle infiltrazioni dei calabresi al Nord, in cui emergono con forza anche le responsabilità di segmenti delle istituzioni e della economia.
Il Maxiprocesso è stato uno "spartiacque" nella storia italiana?  
Si, il Maxiprocesso di Palermo è stato un apripista. E presenta temi ancora oggi attuali. Infatti non era soltanto un processo sulla struttura criminale di Cosa Nostra e sui mandamenti, ma anche sulla influenza del crimine organizzato sulle banche e sulle imprese. Già nel Maxiprocesso entrano le condotte di riciclaggio, le assunzioni di dipendenti segnalati da gruppi mafiosi, ovvero tutte quelle condotte che mirano al controllo economico sociale di vaste aree. Dagli anni 90-92 si è, poi, sviluppata una maggiore attenzione investigativa sui rapporti crimine organizzato-istituzioni. Vale a dire quelle indagini sulla contiguità di "personaggi eccellenti" ad associazioni mafiose. Ma di certe "relazioni pericolose, si parla già nel Maxiprocesso.
Il condizionamento mafia-politica, ad esempio la vicenda Dell'Utri. Esiste ancora?
Si sono avuti una miriade di processi con sentente di condanna di soggetti appartenenti alle istituzioni, alla politica, all'imprenditoria per i loro rapporti con il crimine organizzato. Sentenze che fotografano relazioni improprie. E' indubbio che Camorra, ‘Ndrangheta, Cosa Nostra, non sarebbero cosi longeve in Italia da almeno 150 anni se non avessero copertura in segmenti deviati del settore economico, delle istituzioni, delle libere professioni. Mafia Capitale è l'esempio di come per le organizzazione mafiose siano fondamentali le relazioni con soggetti imprenditoriali e con le istituzioni. Il crimine organizzato ha interesse a condizionare le pubbliche amministrazioni, la politica, le forze polizia. Sono soggetti riconducibili a certe realtà che rappresentano il "capitale sociale" delle organizzazioni criminose. Così, ad esempio, la vulnerabilità della Pa costituisce territorio di conquista delle mafie. Che hanno una vera "intelligence" per verificare se nei comuni, nelle regioni, ci siano soggetti corruttibili. La mafia cerca di contattarli e di coinvolgerli.
Gherardo Colombo, intervistato da questo giornale, ha detto che inasprire le pene non serve. Concorda?
Concordo. La legge Severino potrebbe invece essere di grande aiuto. Penso alla parte che si occupa della prevenzione della corruzione. Quella che prevede la rotazione, il controllo e la specifica formazione dei dirigenti pubblici. A tutti i livelli. Ma questa legge non funziona ancora bene, anche per carenza di risorse.
La Procura nazionale antimafia. Serve ancora?
E' stata una intuizione di Falcone, importantissima e attuale. Il coordinamento delle indagini è fondamentale e va garantito. Al dinamismo dei gruppi mafiosi sul territorio, lo Stato deve rispondere con magistrati e polizia giudiziaria specializzati, che fanno gioco di squadra. Anche perché la mafia cercherà di agire dove questa specializzazione non c'è.
Il regime 41 bis. Da molti è visto come strumento di tortura. Sbagliano?
E' importante come mezzo per evitare comunicazioni verso l'esterno per i boss. Non significa carcere "duro", cioè inflizione di una sanzione che comporta una maggiore sofferenza. Ma è soltanto una misura per evitare il contatto con l'esterno, senza che vada a discapito dei diritti del detenuto. Non deve, cioè, essere "un trattamento inumano e degradante".
Alcuni hanno definito Giovanni Falcone un magistrato che voleva passare alla storia per aver combattuto la mafia quando lo Stato non voleva o non poteva farlo. E di aver trasformato le indagini in un gesto "epico". Cosa risponde?
Falcone ha portato uno spirito innovativo nella giurisdizione. Ha sperimentato strumenti moderni quali la ricerca del riscontro all'attività dei pentiti,  la grande capacità di lavorare in pool, la collaborazione con la magistratura straniera. Una metodologia completamente nuova. A ciò si aggiunge una grande passione civile. Rimane un esempio per i magistrati di oggi. Per la sua tecnica investigativa ancorata ai fatti concreti, fin dal maxiprocesso.
Tiziana Maiolo, nel suo libro "1992, la notte del garantismo", ha affermato che se la sezione della Cassazione fosse stata presieduta da Corrado Carnevale, persona molto rigorosa, difficilmente il "teorema Buscetta" avrebbe retto...
Per quanto è a mia conoscenza, posso dire che i 5 magistrati che composero quel collegio erano tutti magistrati esperti e di grande professionalità.

 

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28/10/2016