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Mortacci

      

 
 

DI ALCESTE

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Appena fuori Roma, sull’antica consolare Flaminia, a pochi passi dal campo di battaglia che vide trionfare Costantino contro Massenzio, si apre la città dei morti.
Il cimitero di Prima Porta.
Il più grande camposanto del Lazio e, forse, dell’Italia centrale.
In questa vasta città deserta si può scorrazzare per ore.

Campi a terra che si stendono per chilometri, lunghe infilate di fornetti a cinque o sei livelli, cappelle gentilizie, tozzi edifici multipiani, labirintici, gravati da decine di migliaia di loculi, ognuno diviso cartesianamente in settori e sottosezioni uniti fra loro da scalinate interne, montacarichi, scale a chiocciola.
D’estate, all’ora di pranzo, durante la canicola che sancisce il riposo da sombrero parastatale, il silenzio è altissimo. Solo un frinire incessante di cicale rompe la quiete, ma presto anche tale rumore si derubrica a sfondo sonoro, inavvertito.
Il cielo è di un azzurro compatto, implacabile.
Alcuni viali sono bordati da pini altissimi e ombrosi, altri sembrano perdersi nella campagna romana, verso la Tiberina; i ruderi di una villa romana interrompono il soliloquio della distesa funebre; stradine secondarie ritagliano larghi prati fitti di croci stitiche, due stanghe di metallo: i funerali di chi è morto povero o, forse, di chi è stato inumato da poco.
I nati morti o i neonati sono sepolti a parte. Un po’ di terra anonima li ricopre; a volte i genitori abbelliscono il minuscolo tumulo con una piccola siepe, o con giocattoli, bambole che non saranno mai cullate, o palloni che non saranno mai calciati. Le girelle coloratissime frullano senza posa, agitate da un alito appena di vento; le silenziose stelle filanti, gialle verdi rosso fuoco, si alzano e si abbassano al ritmo della brezza quasi lasciando presagire l’inconsistenza della natura umana.
Ma la meditazione sul corso del tempo dura poco.
Finita la pausa pranzo la città dei morti torna in fermento.
Si pensa: l’eterno riposo dona a loro, Signore.
E invece no.

Morti che vanno morti che vengono.
Si rivedono camioncini, sterratori, operai dell’azienda municipale, piantumatori, giardinieri.
Le spoglie dei cari sono merce da trattare come altre merci.
Le somme in gioco sono multimilionarie.
Un brusio d’alveare in crescendo: marmisti, fiorai, geometri, esattori d’imposte.
Un ciclone giamaicano investe i mortacci: volano stracci di sudario, casse da morto, margherite fradice, piante in vasetto, blocchi di pietra, polvere di marmo.
Morto scaccia morto.

Il morto va a terra, da solo o in una cavità che accoglierà tutti i familiari, o in un loculo individuale a parete oppure, se gli eredi hanno soldi da buttare, in una cappella privata in modo da garantirgli una parvenza di eternità.
Tutti, però, morti e mortacci vengono tenuti sulla corda, quasi fossero contribuenti perenni del moloch statale e comunale.
Caro morto, perché non paghi?
Ogni dieci anni o trent’anni le istituzioni recano la domanda a figli e nipoti, collaterali e affini.
Domanda tacita. Rinnovate o no? Se il parentame s’incolonna alla cassa bene, altrimenti il morto inizia la sua trafila sino all’ossario comune. Oppure viene ripescato dall’eterno riposo, incenerito e compresso in un’urna.
L’importante è mantenere vivo il circuito dell’esazione.
Dopo dieci anni o trent’anni spesso il parente è morto pure lui, oppure lo si trova poco addolorato e renitente all’esborso fatale per garantire la serenità al mucchietto di ossa avite.
E così vi è la riesumazione.
Il cimitero è un cantiere.
Morti che vanno morti che vengono.
Intere ali sono sotto schiaffo.

Ognuno si reca col suo mazzetto sparuto di fiorellini di campagna a visitare l’amato trapassato; esige, ahi!, un po’ di calma onde raccogliere, se non il sentimento, almeno una manciata di ricordi onde veleggiare sulle onde della nostalgia.
Ma no, ecco il clangore dei lavori, il piccone, il martello, lo scalpello.
Centinaia di metri vengono ricoperti dalla polvere degli scavi  e dai mucchi di macerie; lastre tombali divelte, vasi spaccati e iscrizioni schiantate giacciono a mucchi, in rovina. Chi è morto nei decenni scorsi deve far posto al nuovo ingresso. Lumini e circuiti elettrici che hanno fornito il conforto all’ormai ingombrante salma sono strappati a forza; invocazioni celesti e date e iscrizioni a imperitura memoria vengono dileggiate dall’impermanenza garantita dal piccone. “Ti ricorderemo …”, “Sempre vivo nei nostri cuori …”, sì col ciuffolo, trent’anni e già il morto è dimenticato, foto e memoria ed epigrafe giacciono neglette in un ammasso scomposto di schegge e terraglie. Ecco la ruspa, i marmisti accorrono, c’è da infiggere una nuova lapide o cementare il loculo. Tang tang tang, alla faccia degli affetti e del memento mori.
Anche qui si può toccare con mano il declino di gusto e d’immagine dell’italiano.

Osserviamo i defunti più risalenti: volti gravi e compunti, circonfusi di rispettabilità piccolo borghese o di quella timidezza (e diffidenza) che vantano i contadini appena inurbati. La foto in bianco in nero, un inusuale diporto a cui essi si concedono parchi, è stata studiata e scattata in uno studio fotografico: un’occasione speciale, evidentemente. I militari si son fatti fotografare con medaglie e mostrine, i più agiati in giacca e cravatta; le donne son più dimesse, in scuro, con abiti reticenti. Quasi nessuno guarda in macchina, nessuno ride: perché dovrebbe? È un obbligo serioso, da recare con seriosità. Le immagini, sfumate ai bordi, sono racchiuse in un ovale aggraziato e di decorosa semplicità. I nomi sono composti da lettere di metallo bruno fissate al marmo pallido e sobrio con regolarità esemplare; la forma è semplice e netta: capitali romane. Nome cognome date di nascita e morte, null’altro da aggiungere. Alcuni, con vanità comprensibile, aggiunge il titolo onorifico: cav. gen. ing. Gli uomini d’allora morivano; le coniugi si fregiavano del titolo di vedova; figli e nipoti si condolevano con cauta parsimonia: c’era poco da dire: la morte era lo sfondo vasto a cui rassegnarsi.

Col trascorrere del tempo la moderazione venne a scemare inesorabile. Alcuni defunti a cavallo fra Settanta e Ottanta cominciano a mostrare i primi segni di stravaccata indolenza: la figura ora è spesso intera, s’incrina il muto stoicismo a favore di un piagnisteo mellifluo: ci mancherai, addio babbo, sempre con te. I materiali si fanno più variegati e stravaganti (narcisismo funebre), appaiono le prime frasi da cioccolatino (a parodiare l’incolpevole Catullo); l’invadente corsivo inizia a reclamare la sua goffa signoria.

Le tumulazioni del nuovo millennio sono definitivamente ridanciane e kitsch: le pose si fanno sfrontate, a trentadue denti, l’italianuzzo mostra senza vergogna il suo carattere più triviale e cretino, quello turistico: anche i più anziani li si sorprende in bermuda, o in occasioni da magnata, o in sella a motocicli, o a pesca o in déshabillé da supermercato casual; donne e ragazze vantano cotonature terribili: le più anziane hanno, a volte, i portamenti da rimorchio presso il centro anziani, pittate come bambole lisciardose a settant’anni suonati; le giovani spesso atteggiano labbra ed espressioni alla scemenza finto-simpatetica di facebook. Siamo nei dintorni della disfatta più piena. Avanzano travertini e graniti coloratissimi, una lapide é diversa dall’altra, abbondano le gigantografie, quasi che il morto abbia a reclamare, inquadrato quaranta per quaranta, una insepolta vitalità; debordano sciarpe e gadget di Roma e Lazio, ultime Thule della nostra spenta passionalità; i biglietti di curva, testimoni di un derby vinto dalla squadra del cuore, sostituiscono i lumini; anche i tagliandi dei concerti vanno forte. I caratteri dei nomi sembrano gli esperimenti di un litografo folle: non più in rilievo, ma argentati, dorati, sghembi, persino rutilanti. Le croci s’allargano, fioriscono nuove braccia, a fiamma, a filamento, ecco un cuore sanguinolento, Padre Pio, al solito ingobbito e menagramo, lo si ritrova dappertutto, a sostituire, col suo do ut des superstizioso, il Credo principale. Anche il Cristo trasmuta: va di moda la nuova versione, elegante e snella, in un frusciar di vesti azzurrine, capello lungo e barbetta appena spuntata: al diavolo la fissità egiziana del romanico, via la gravità alla Grünewald, coi suoi lacrimoni sofferti e di truculenza distorta: siamo al kitsch couture, al Nazareno da tatuaggio, che ciabatta annoiato con le infradito sul lago di Tiberiade, un piacente ragazzotto, un po’ effeminato, buono per la pubblicità di Trivago. La Madonna, invece, pare scomparsa, sommersa figurativamente da stormi di angioletti, tutti capoccia e ali, che sciamano dalle lapidi, uno più orrendo dell’altro, tinti come battone, in un tripudio di cattivo gusto che ora, annientato il ceto intellettuale del dopoguerra e liquidato l’umanesimo scolastico, s’impone come spirito dominante dei tempi a venire. Le epigrafi sorprendono per la loro sentenziosità da somari ripetenti: qui si volgarizza il carpe diem, Ungaretti, Mimnermo, Keats e Thomas Gray piegandoli a una commozione posticcia, irritante: anche se, a ben guardare, sotto tale buccia trapela la tipica reazione del nichilista postmoderno di fronte alla morte, signora spaventosa e inaccettabile: una disperazione acuta, senza lenimenti, incomprensibile.

Cosa ci vuole dunque, signor mio? Occorrono squadre paramilitari, educazione paramilitare, legge marziale per almeno cinque anni, ritorno del servizio di leva (almeno due anni di ferma). E poi, Dio lo voglia, una dittatura illuminata, un Vlad Tepes che impali senza battere ciglio e un Federico di Svevia a ripristinare l’italiano, lingua divina.

Alceste
Fonte: http://alcesteilblog.blogspot.it
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29/07/2017