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Napoli | Una vittoria contro il lavoro nero: il racconto di una lavoratrice

      

 

F. è una ragazza come tante, più o meno come tutte e tutti noi. Con le sue aspirazioni, con i suoi piccoli o grandi sacrifici, con i suoi "pizzichi sulla pancia", le sue rinunce, la sua ostinatezza ad andare avanti.

 

 F. si arrovella, cerca di capire come fare a far valere quelli che sono semplicemente diritti, quelli che dovrebbero essere tutelati di per loro e che invece dobbiamo conquistarci passo passo, giorno dopo giorno, malgrado su qualche pezzo di carta ci sia assicurato che la Repubblica Italiana dovrebbe garantirceli e basta.

La storia di F. ha tanti di quegli elementi che abbiamo vissuto in prima persona o ascoltato da racconti di amici: stipendi negati, stipendi promessi e poi rimandati quasi "sine die"; mortificazione delle proprie qualità, della propria esperienza. La sua storia, però, svela anche qualcosa di più: al di là della retorica e delle belle parole che ogni tanto la classe dirigente, politica ed imprenditoriale, spende sul lavoro, sui diritti e sulla dignità, il sistema di complicità arriva in alto, molto in alto. Ci sono ministeri che lanciano campagne pubbliche di sensibilizzazione e poi chiudono gli occhi davanti allo sfruttamento praticato da società e aziende cui affidano appalti, consulenze. C'è uno "Stato" che anziché tutelare i propri cittadini, applicare la Costituzione, si volta dall'altra parte o, meglio, dalla parte di chi è più forte e potente, di chi conta. La storia di F. squarcia insomma un velo di ipocrisia e un gioco delle parti cui troppo spesso siamo messi davanti.

Ma F. nel suo racconto non si limita alla fotografia dello sfruttamento e delle umiliazioni: pian piano nelle sue parole si affaccia la trasformazione della frustrazione in presa di coscienza, della rabbia in capacità di agire. A "detonare" il tutto, l'incontro di F. con lo sportello legale della Camera Popolare della Camera del Lavoro di Napoli e la consapevolezza che vincere non significa "semplicemente" strappare soldi a chi te ne deve e non vuole sganciarli, ma anche acquisizione di consapevolezza e, forse ancor più importante, di quel sentirsi più forti e sicuri tanto che la voglia di non abbassare la testa non rimane solo nel tuo cervello, ma si trasforma in gesto pratico quotidiano.
La storia di F., insomma, non è statica. E' dinamismo puro. E non finisce col punto e a capo finale. E' questo il successo più grande.

Sono arrivata in azienda lo scorso ottobre, mentre lavoravo ancora alla mia occupazione stagionale e mentre stavo per laurearmi alla specialistica in Marketing e Management delle Imprese Internazionali. Non a caso l’opportunità di fare un’esperienza in questa azienda mi era stata offerta proprio dall’ufficio placement della stessa università. L’azienda nello specifico si occupava di servizi, fra cui corsi di formazione e organizzazione di un evento piuttosto importante e cercava qualcuno che si occupasse di Marketing.

La mia speranza era la tanto ambita “esperienza”, ma sin dal primo colloquio ho capito che qualcosa non andava... Al mio arrivo mi rimbalzano da un ufficio all’altro e quando finalmente riesco a parlare col direttore lui, dopo aver completamente sminuito le mie esperienze, mi propone un tirocinio gratuito per il primo mese. Io gli spiego che non avrei potuto lavorare gratuitamente (mi pare chiaro) perché vivo da sola e vengo da una famiglia semplice. Lui per tutta risposta mi dice di aver bisogno di persone disposte a stare in ufficio con costanza, per non lasciare lavori interrotti e per dare continuità all’esperienza. Frottole, ma poco importa. Per il primo mese sono riuscita a portare avanti i due impegni insieme, guadagnando esclusivamente dall’occupazione stagionale.

Con l’arrivo di novembre ho salutato il mio lavoro stagionale e mi sono data completamente all’attività in ufficio. Dal mattino alle 9.30 alla sera alle 18.00, dal lunedì al venerdì ero sempre alla mia scrivania. Sia che ci fosse qualcosa da fare, sia quando ero con le mani in mano. Mia madre diceva “Prendi il massimo da questa esperienza”. Per quel mese ho ottenuto 60 € di rimborso spese, ma solo perché ho voluto buttarmi a pietà e pregare il direttore di avere comprensione per me. Alla presentazione della ricevuta per avere il rimborso scopro però che mi sarebbe stato erogato solo dopo due mesi. Ho resistito, perché volevo portare a termine il mio incarico, con la speranza che quella esperienza fosse spendibile nel mercato del lavoro.

Intanto è arrivato dicembre, quindi Natale e la voglia di stare un po' più sereni. Perciò ho iniziato a legare di più con i miei colleghi e ascoltando le loro storie mi sono resa conto di quanto fossimo tutti nella stessa barca sebbene in posizioni diverse. La pessima gestione delle finanze aziendali, l’arretratezza dei servizi e l’incompetenza del direttore (nonché la sua terribile arroganza) stavano facendo andare a picco l’azienda e tutti i suoi dipendenti e collaboratori. A proposito di questi ultimi faccio una piccola precisazione: i dipendenti erano circa 7 mentre i collaboratori quasi il doppio, e tutti assolutamente sottopagati se non addirittura “mai-pagati”.

Finisce anche dicembre con la promessa di ottenere un incarico dopo le feste di Natale e salutiamo la fine dell’anno ottenendo 200€ di rimborso spese, che mi sarebbero stati pagati ancora una volta dopo due mesi. Finisco l’anno, quindi, senza vedere un centesimo da quando ero entrata lì per la prima volta...

 

Arriva gennaio. Iniziano i preparativi per l’evento principale intorno al quale ruota l’attività dell’azienda e contestualmente proseguono le mie attività inerenti un altro evento più piccolo ma di cui ero direttamente responsabile (pensate, senza ricevere un solo euro!!!). Senza dilungarmi troppo sulla pressione che mi (e ci) veniva fatta per vendere gli spazi e organizzare tutto secondo i tempi, vorrei sottolineare due aspetti:

1. Mi veniva chiesto di rimanere molto oltre gli orari di lavoro, e quindi anche il sabato.

2. I miei contatti erano anche e soprattutto attori istituzionali che evidentemente finanziano, prendono parte e sono complici di un meccanismo che sfrutta e denigra i lavoratori.

A Gennaio avrei dovuto finalmente ricevere i primi 60€ del mese di Novembre, che sono riuscita invece ad ottenere solo a metà Febbraio. Lo stesso è successo con i soldi di Dicembre che ho ricevuto quasi a fine Marzo. E così era per tutti. La regola data dalla direzione era che tutte le uscite dovevano essere rimandate il più possibile, compresi i pagamenti dei collaboratori (e da quanto ne so anche i pagamenti dei dipendenti erano fortemente ritardati). Ad ogni modo il mio famoso incarico in forma di una “lettera d’incarico” mi è stato comunque affidato dopo un mese e 21 gg dall’inizio da Gennaio, precisamente il 21 Febbraio, quindi fino a quel giorno ho sempre lavorato a nero. Il compenso era di 600€ totali, spalmati su due mesi. Sempre a distanza di due mesi. Nel frattempo io mi ero rivolta ai ragazzi dello sportello legale dell’Ex OPG per provare a capire insieme come comportarmi. Il mio timore più grande era di continuare a lavorare e perdere tutto quello che mi spettava! Gli avvocati sono stati da subito comprensivi e mi hanno tranquillizzata moltissimo, rassicurandomi che sarebbero stati al mio fianco qualsiasi fosse stata la mia decisione.

Così ho continuato fino a fine marzo. In questo periodo ho avuto contatti anche con il Ministero dello Sviluppo Economico che partecipava all’evento al quale stavo lavorando. Preciso questa attività perché vorrei evidenziarvi quanto il lavoro nero è ovunque, anche in quelle attività che si fanno promotrici della crescita e della legalità.

Finita l’attività primaria, ossia l’organizzazione dell’evento, il 3 Aprile sono stata chiamata dalla direzione che ha gentilmente messo fine alla nostra collaborazione.

Mi sono sentita sollevata e liberata. Ma immediatamente preoccupata per i soldi che mi dovevano ancora. Erano pochi, questo è vero. Ma erano l’unico risultato di tutto il lavoro che avevo fatto, e mi servivano.

Per fortuna i ragazzi e gli avvocati dello sportello contro lo sfruttamento dell’Ex OPG erano già allertati e pronti ad aiutarmi. Così in breve sono riuscita anche ad avere i miei soldi!!! Non li ringrazierò mai abbastanza, loro mi hanno dimostrato concretamente cosa significa far valere i miei diritti, ma anche e soprattutto cosa significa contribuire al progresso della società.

Riflettendoci bene l’eredità migliore della mia esperienza da lavoratrice sfruttata è stata proprio la conoscenza dei ragazzi dell’ex OPG che mi hanno insegnato a farmi valere. In quelle ore al pc passate ad arrovellarmi sul perché della mia deprimente condizione, non avrei mai pensato che ne sarei uscita vittoriosa ed arricchita, non solo di quanto mi spettava ma di una nuova visione e di nuovi amici!

Ho già potuto sperimentarmi in nuove circostanze dopo questa esperienza e ho verificato come mi abbia resa più forte e sicura dei miei diritti. Perciò per il mio futuro so che qualsiasi cosa mi capiterà io potrò fare la mia parte!

Grazie ragazzi!

Questo articolo è stato pubblicato qui
28/06/2017