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Ong e migranti, reportage a bordo delle navi che salvano vite

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L43 ospite dell'organizzazione Proactiva Open Arms sulla Golfo azzurro. Durante il soccorso di 349 persone nel Mediterraneo. Costi, assistenza, donazioni e polemiche sugli scafisti: il racconto.

Fino a pochi minuti prima non c’era nulla oltre il rumore delle onde sulla prua e l’odore di gasolio. A bordo della Golfo azzurro dell'Organizzazione non governativa (Ong) spagnola Proactiva Open Arms c’è chi dorme, ma anche chi veglia in cabina di comando o per il turno di guardia. La luce ha il tono della fine della notte e questo vecchio peschereccio battente bandiera olandese fluttua lento nella zona Sar (search and rescue, l’area di mare dedicata per convenzione alla ricerca e soccorso dei migranti) in attesa che arrivi qualche richiesta di aiuto, o che da Roma la Guardia costiera indichi dove intervenire.

DA QUI LA LIBIA È VICINA. Il radar mostra una serie di triangolini verdi: sono le navi delle altre Ong presenti in zona e qualche mercantile di passaggio. La Libia è vicina, giusto le 12 miglia che segnano il confine con le acque territoriali, e infatti il cellulare aggancia la rete telefonica in lingua araba. Di lì a poco la chiamata arriva, in linea c’è il Maritime rescue coordination centre (Mrcc), rappresentato dal Comando generale della Guardia costiera a Roma. I profughi infatti si trovano nell’area Sar di responsabilità italiana, che corrisponde a 500 mila chilometri quadrati.

BOOM DI ADRENALINA. E in un attimo, a bordo, si assiste a un’esplosione di adrenalina, perché ogni minuto di ritardo può valere molte vite. Il capitano spinge sulla leva dell’acceleratore, il capo missione chiama sul ponte i soccorritori, i medici preparano l’infermeria. Casco, giubbotto di salvataggio, scarpe antiscivolo e via sui rhib, i due scafi veloci usati per i soccorsi. Non si sa in che condizioni si trovino i migranti, ma ciò che è certo è che sono in tanti, su imbarcazioni precarie e che la maggior parte di loro non sa nuotare.

 
  • Reportage di Marco Todarello per "L'Aria che tira - La7" dalla nave della Ong spagnola Proactiva Open Arms. Questo servizio è la cronaca del salvataggio in mare.

C’è un barcone in legno a Sud e un gommone un po’ più a Ovest, proprio di quelli prodotti in Cina e ordinati in Libia dagli scafisti, i “refugee boat”, secondo quel macabro business rivelato da varie inchieste. A bordo ci sono in tutto 349 persone, di cui una trentina di donne (quattro incinte). Sono partite circa nove ore prima dal porto di Sabratah, in Libia, alla fine di un lungo e doloroso viaggio che per alcuni è durato più di un anno.

PIÙ DELLA METÀ HA 20 ANNI. Sono tutti giovanissimi, più della metà ha appena 20 anni, molti di loro vengono dal Bangladesh, gli altri da vari Paesi dell’Africa centrale come Gambia, Mali, Burkina Faso e Guinea Conakry. Il mare è calmo e il loro viaggio è andato meglio di molti altri: non ci sono morti né feriti gravi. Sono tutti senza scarpe e con i piedi segnati dalle piaghe, qualcuno ha le labbra bruciate dal sole, qualcun altro l’uveite agli occhi, ed è qui che ci si schiude davanti un’immagine che non si può dimenticare: sgomitano per salire per primi: ora non c’è spazio per la solidarietà perché questo è un aggrapparsi alla vita, ora che hanno capito da che parte stava la morte.

PANE, RISO BIANCO E TORRONE. E solo una volta a bordo realizzano davvero cosa stavano rischiando («quant’è grande il mare, è infinito, siamo in viaggio da due giorni e non abbiamo ancora toccato terra», dirà alla fine Djallo, un giovane ivoriano). Ora è il momento delle prime cure della distribuzione del cibo. Per tutti pane, riso bianco e un pezzo di torrone. Poi l’identificazione: «Da dove vieni? Dov’è la tua famiglia? Hai malattie? Com’è stato il tuo viaggio?». C’è chi non ricorda, chi non sa, chi non risponde.

Misal, dal Bangladesh, racconta dei suoi tre mesi in un carcere libico dove subiva pestaggi e mangiava solo un tozzo di pane al giorno, fino a quando, nel cuore della notte, non è stato portato a forza sul barcone. «Sono partito perché nel mio Paese non si sta meglio di così. E comunque in Libia, se provi a scappare, ti ammazzano». Altri venivano regolarmente picchiati. Le donne stuprate. Storie di quotidiana normalità dalla Libia, che proprio in quei giorni perfezionava con il governo italiano l’accordo per la formazione della guardia costiera locale.

PER CROTONE SONO 45 ORE. Quando il comando della Guardia costiera comunica il porto di sbarco dei migranti (Crotone in questo caso) comincia il lungo viaggio di ritorno. Sono 45 ore di navigazione, dal punto in cui ci troviamo. Riccardo Gatti, capo missione della Golfo Azzurro, spiega: «Secondo la convenzione di Amburgo del 1979 i migranti devono essere portati in un porto vicino e in un luogo sicuro, cioè dove la loro vita non è più in pericolo, e questo vale per qualsiasi naufrago. Un luogo è sicuro se possono essere garantite le necessità primarie, ossia cibo e cure mediche, e i diritti umani di base».

MALTA? È TROPPO PICCOLA. Per questo i Paesi del Nord Africa - dove in molti casi vige la pena di morte o si può essere perseguiti per motivi religiosi o etnici - non sono un luogo sicuro. Spesso qualcuno dall’Italia si è chiesto: «E perché non a Malta?». Aggiunge Gatti: «Perché Malta ha un territorio minuscolo e una capacità di accoglienza molto limitata, inadeguata rispetto al numero di persone che stiamo salvando. E anche la zona Sar di sua competenza è ridotta».

 
  • Reportage di Marco Todarello per "L'Aria che tira - La7". Questo servizio contiene l'intervista a Riccardo Gatti, capo missione della Golfo Azzurro di Proactiva Open Arms.

L’equipaggio della Golfo azzurro è composto da 16 persone: il personale della nave (capitano, secondo ufficiale e capo macchinista), un medico, due infermieri, sei soccorritori, una cuoca, il capo missione e due giornalisti. Sulla nave i giorni e le notti sono interminabili, tra difficoltà fisiche come mal di mare e insolazioni e quelle operative: dopo il salvataggio bisogna aiutare chi sta male, coprire i migranti se piove o il mare è mosso, portare l’acqua e preparare il cibo, ma anche dedicarsi ai turni di guardia sul ponte e a controllare che nessuno cada in acqua.

UNA PROVA PSICOLOGICA. Tutti i volontari provengono dal mondo dell’assistenza sanitaria e dell’emergenza (Croce Rossa, soccorso acquatico, Protezione civile). E nonostante la loro lunga esperienza, un crollo è sempre possibile. Non solo fisico. Per questo tra i test cui vengono sottoposti i candidati alle missioni ci sono una serie di colloqui psicologici. Ricard Garcia Navas, che a Barcellona è operatore della Croce rossa, dice: «È il mare che comanda e devi seguirlo, verrà un momento in cui riusciremo a riprendere quello che stavamo facendo». Mentre parla, con il mare forza sette, è steso su un groviglio di corde in preda alla nausea.

IN FERIE PER LA MISSIONE. Laura Mata Muñoz, infermiera di bordo, spiega: «Abbiamo tutti gli strumenti necessari per salvare una vita se, per esempio, c’è una crisi respiratoria dovuta alla presenza di acqua nei polmoni, solo nei casi molto gravi dobbiamo chiedere l’intervento di un elicottero». Anche lei, come gli altri sei soccorritori, ha lasciato a casa la famiglia e ha preso 15 giorni di ferie per partecipare alla missione. «Ci costa uno sforzo personale essere qui», racconta, «ma la gioia che sento quando qualcuno di loro mi regala un sorriso, dopo aver sofferto così tanto, è impagabile. Certo c’è ancora molto da fare, il loro destino non è nelle nostre mani. Ma poter aggiungere un granello di sabbia nella costruzione di un argine a questa crisi mi rende felice».

Il costo per ogni giorno - che include affitto della nave, compenso dei marinai, cibo (per equipaggio e migranti) e spese di manutenzione - è di 4.500 euro

 

È una specie di vita parallela, quella vissuta a bordo. Si è preda di un estraniamento che porta i soccorritori a dimenticarsi di mangiare e bere, fino a quando il corpo ti chiede il conto. Ci sono i tempi del mare, i tempi del salvataggio e anche i tempi tecnici: ogni 6-8 ore Peer Maak, il capo macchinista tedesco, scende in sala macchine a controllare le temperature. Non si sa mai, con un peschereccio costruito nel 1981 e con decine di migliaia di ore di navigazione alle spalle.

PAGATI IL CAPO E L'INFERMIERA. Si fa quel che si può per contenere le spese, che tuttavia non sono banali. Il costo per ogni giorno di missione - che include tutto, dall’affitto della nave e il compenso dei marinai fino al cibo (per equipaggio e migranti) e alle spese di manutenzione dei mezzi di soccorso - è di 4.500 euro. Il vitto, l’alloggio e il viaggio da e per Malta è garantito a tutti, ma il lavoro è svolto a titolo volontario. Gli unici stipendiati dalla Ong sono il capo missione e l’infermiera fissa.

RACCOLTI 2,8 MILIONI DAL 2015. Proactiva Open Arms riesce a sostenere queste spese grazie alle donazioni, che ammontano a 2,8 milioni di euro raccolti dalla fondazione (settembre 2015) a oggi. Soldi che provengono per il 4% da enti e amministrazioni pubbliche e per il 96% da oltre 25 mila donatori privati. Tra questi ci sono anche ricchi imprenditori e personaggi famosi come l'allenatore Pep Guardiola, il calciatore ex Barça Xavi Hernández e il cantante Joan Manuel Serrat, che hanno donato una quota molto consistente.

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Tra i 349 soccorsi dalla Golfo azzurro anche quattro donne incinte.

Marcus Drinkwater

È stato il catalano Oscar Cámps, 54enne titolare a Barcellona di varie imprese di sicurezza acquatica, in particolare nel soccorso marittimo sulle spiagge, a fondare la Ong. «Quando ho visto la foto di Aylan, il bambino siriano ritratto morto sul bagnasciuga di quella spiaggia turca, quella che fece il giro del mondo», racconta Cámps, «pensai che non sarei più riuscito a starmene con le mani in mano. Allora investii 15 mila euro dei miei risparmi e misi in piedi un gruppo di soccorritori per dare un mano ai soccorsi nel tratto di mare dell’isola di Lesbo».

IN UN ANNO SALVATE 16 MILA VITE. In poche settimane, la sperimentazione è diventata una cosa seria. Dal mare Egeo al Mediterraneo, dove con il veliero Astral e il Golfo azzurro, in poco meno di un anno Proactiva Open Arms ha portato a termine 18 missioni di 15 giorni salvando oltre 16 mila vite umane. Quando dalla nave si avvista la costa calabra, l’umore a bordo cambia improvvisamente. C’è distensione, allegria, le donne cominciano a intonare canti afro e gli uomini non stanno più nella pelle. I volontari organizzano una “ola" collettiva sulla coperta: ci vuole un po’ per insegnarla, ma il risultato è divertente.

 
  • Dopo un salvataggio avvenuto nel Mar Mediterraneo, a bordo della nave Golfo azzurro i soccorritori organizzano una ola insieme ai migranti. È un momento di liberazione.

Al porto di Crotone i migranti vengono identificati, visitati e rifocillati con cibo e acqua. Gli agenti di Frontex ci chiedono se abbiamo visto e fotografato scafisti, vogliono qualche foto e video dei barconi. Rispondiamo che al momento dell’abbordaggio nessuno guidava i mezzi e nessuno di noi aveva elementi per individuare eventuali sospetti.

«LE ACCUSE? DIAMO FASTIDIO». Riccardo Gatti precisa: «Non ho mai ricevuto una chiamata da parte di presunti trafficanti, né so di colleghi a cui è capitato. Riceviamo solo dalla Guardia costiera, che a sua volta le riceve da qualcuno che è a terra o a bordo del barcone. Eppure nessuno ha mai sostenuto che la Guardia costiera è in combutta con i trafficanti. Abbiamo ricevuto accuse molto gravi, e anche dopo la conclusione della Commissione Difesa del Senato nessuno si è scusato. Forse è perché diamo fastidio, mostrando una realtà scomoda che inchioda la politica alle sue responsabilità. Perché salvando vite teniamo alti i riflettori sul più grande dramma del nostro tempo».

 http://www.lettera43.it/it/articoli/cronaca/2017/06/24/ong-e-migranti-reportage-a-bordo-delle-navi-che-salvano-vite/211579/

25/06/2017