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Storia e potere

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di Ottone Ovidi

Esiste un legame di mutuo interesse tra la storia e il potere, perché il secondo ha bisogno di appoggiarsi sulla prima per legittimare il proprio ruolo, la prima del concorso decisivo del secondo per imporsi.

La storia è legata ad un sistema di potere o a dei sistemi di potere che la producono e la impongono e pertanto è uno strumento di cui il potere stesso ha bisogno. Ma quello che deve far riflettere non è tanto l’uso strumentale che il potere fa della storia quanto l’interiorizzazione che le classi subalterne, gli oppressi in genere, subiscono facendo propria la lettura vincente.

In questi giorni se ne ha una verifica puntuale in occasione dell’anniversario del ’77 che ha portato molti a tentare ricostruzioni, a organizzare dibattiti, a misurarsi con i movimenti e le lotte politiche che lo hanno caratterizzato, fino a comprendere un giudizio globale degli anni settanta. Si ripete come un mantra la frase “anni di piombo”, omettendo, dimenticando e rovesciando il fatto che questa frase venne coniata proprio dal movimento, con riferimento alla cappa repressiva messa in atto nel nostro paese, a partire dalla promulgazione della Legge Reale.

 

E’ un esempio lampante della necessità di non confondere la storia con una qualche credenza o leggenda metropolitana, guarda caso frutto avvelenato degli interessi che il potere ha per convincere i tanti, i molti su cui esercita il proprio dominio, riguardo alla bontà del proprio ruolo e naturalizzare così una società gerarchizzata e divisa in classi. Nella fattispecie viene fatto passare il paradigma che la violenza è del movimento e il potere è invece il bisturi che è intervenuto chirurgicamente per sanare il corpo della nazione dalle metastasi movimentiste.

La rilettura degli anni settanta investe tutti i campi: ci racconta di una distanza tra un ’68 buono e gioioso e un ’77 violento, di un movimento femminista folkloristico, pacifico, contro ogni ideologia e per giunta para istituzionale, ci narra di Lotta Continua e dell’ Autonomia Operaia sentine di ogni violenza, delle Brigate Rosse come fenomeno avulso da ogni contesto di lotta, soprattutto di fabbrica, fenomeno esclusivamente italiano, senza riferimenti storici e padri nobili ma portatore dell’esercizio gratuito e/o schizofrenico di quello che viene definito terrorismo, che avrebbe interrotto la marcia trionfante del proletariato verso il grandioso sol dell’avvenire.

In questo revival di ricordi, ricostruzioni e convegni sugli anni settanta si fa grande uso di documentari, con filmati e foto dell’epoca, dando a questi un connotato di obiettività e di verità inconfutabile. Ci si dimentica la lezione che viene dalle esperienze sull’uso che si è fatto già in passato dei documenti d’epoca. Già in “Les écrans de l’ombre. La Seconde Guerre mondiale dans le cinéma francais (1944-1969)” Sylvie Lindeperg raccontava dell’uso politico dei documentari. In particolare di come un documentario, “La Libération de Paris”, che mostra la marcia e il discorso di Charles De Gaulle del 26 agosto 1944, si prestò a vari montaggi e a varie letture sotto le pressioni contrastanti delle correnti politiche interne ed esterne al Comitato di Liberazione. Lo stesso documentario mostra De Gaulle ora adulato, ora schernito. Lo stesso documentario passa necessariamente attraverso il montaggio e il racconto, vale a dire attraverso un processo soggettivo.

Con la forza della loro evidenza le immagini si affermano con immediatezza ma non producono, come immancabilmente vorrebbe raccontarci qualcuno, la storia. Ovviamente più è importante l’avvenimento o il periodo storico, più è fondante rispetto alla stagione del potere, più è sottoposto a manipolazione, revisione, menzogna.

Questo è il senso della lettura, del racconto che viene fatto in Italia sugli anni settanta. I soggetti deputati e privilegiati a cui viene demandato questo incarico sono sì, nella quotidianità, i giornalisti ma, per ottenere la giusta patina di scientificità per questo compito, servono gli storici. Perciò si innerva un processo di interazione abbastanza comune poiché gli storici di scuola padronale sono investiti dall’autorevolezza di essere citati come depositari dell’obiettività storica e il potere è nobilitato dalla loro autorevolezza. Se si dà la storia come conoscenza della verità e si rimuove che anche nel campo della storia la verità si produce attraverso il gioco di una falsificazione originaria sempre rinnovata, tutto questo diventa forma moderna e laica di un nuovo ipse dixit . Si dovrebbe procedere partendo dal presupposto che i mezzi e le modalità per scrivere storia sono storicamente determinati. Ci viene a questo punto in soccorso Gramsci nei Quaderni del carcere:

La conoscenza è potere, in questo senso. Ma il problema è complesso anche per un altro aspetto: che non basta conoscere l’insieme dei rapporti in quanto esistono in un momento dato come un dato sistema, ma importa conoscerli geneticamente, nel loro moto di formazione, poiché ogni individuo non solo è la sintesi dei rapporti esistenti, ma anche della storia di questi rapporti, cioè è il riassunto, di tutto il passato”.

Se si dovesse accettare la presunta scientificità acritica della storia, basterebbe scrivere un solo libro per ogni tema, mentre a seconda della collocazione di classe e della posizione culturale e politica dello storico, ci saranno tante storie quante quelle degli storici che tratteranno quel tema. Il posizionamento dello storico che in nome di una presunta neutralità ha la pretesa di esplorare, di verificare tutte le versioni inerenti ad un dato argomento porta ad un’aberrazione tale per cui per raccontare l’incendio del Reichstag metterà sullo stesso piano la versione dei nazisti e dei comunisti, o per narrare gli attentati alla metropolitana di Madrid del marzo 2004 metterà sullo stesso piano le versioni di José Maria Aznar e dell’ETA, o come è successo recentemente parlando degli anni ’70, riguardo l’omicidio di Giorgiana Masi, ci racconterà che dovrebbero essere prese in considerazione varie possibilità: che il responsabile sia stato un autonomo, qualcuno dei manifestanti, oppure, magari, un poliziotto. Ma gli esempi potrebbero essere infiniti. L’incendio del Reichstag è stato fatto dai nazisti, gli attentati di Madrid sono opera dell’integralismo islamico e l’uccisione di Giorgiana Masi è opera delle forze speciali della polizia utilizzate nell’occasione. La storia ci può raccontare, e la ricerca in quel caso è utile, perché i nazisti abbiano bruciato il Reichstag e che cosa si riproponessero, perché Aznar abbia calunniato l’ETA, come abbia reagito il movimento indipendentista basco, come abbia vissuto la scelta del suo leader il Partito Popolare spagnolo, e gli altri partiti e la stampa, o perché sia stata fatta grande manipolazione sulla morte di Giorgiana Masi, perché e da chi, e quali ricadute ci siano state nei media e nel dibattito politico. La storia non è assoluta, non è la verità in sé. Ma questo non ci deve spingere nelle braccia del relativismo, una versione non vale l’altra. Ma la storia, come tutto del resto, è di parte ed è al servizio di una parte della società.

Oggi, ogni giorno di più, a frotte, molti storici incarnano il ruolo di moderni caudatari, coloro che in passato reggevano lo strascico dell’abito degli alti funzionari durante le cerimonie religiose, con la necessaria precisazione che il potere si può rappresentare in maniera e modalità diversa a seconda della stagione politica e della situazione geografica ma, attualmente, tende a concentrarsi come mai in passato. Sembra perciò quasi naturale che questo esercizio si manifesti soprattutto nei confronti del primato anglosassone e questa forma, non vogliamo dire di servilismo, ma sicuramente di adesione, abbia come ritorno il fatto che tutto quello che viene dal mondo anglosassone sia presentato di per sé come nuovo, interessante e vincente.

Si determina un corto circuito, si produce un universo di connivenze dove si incontrano sempre gli stessi nomi e gli stessi interessi che perciò diventano di parte. Uno scenario che non può essere mutato da un codice deontologico o da forme di autoregolazione, ma che richiede una trasformazione sociale con connotati di classe. Gli storici disprezzano il ruolo di secondo piano che questo sistema concede loro, ma accettano rispettosamente e ossequiosamente gli inviti ricevuti dai media, che vengono presentati come prova della libertà di opinione che caratterizzerebbe questa società, mentre sono la maschera della tirannia silenziosa che il potere fa regnare sulla vita politico-culturale di questo paese, e perciò anche nell’ambito della filosofia e della storia.

Morale della favola non a lieto fine, quale è la menzogna? Che i paesi che meglio garantirebbero la ricerca, in questo caso storica e filosofica, accompagnata dalla libertà della stampa, sarebbero proprio gli Stati Uniti e l’Inghilterra e che quello sarebbe il modello da seguire. Si ritorna, così, al concetto già espresso, e cioè che tutto ciò che viene dal mondo anglosassone è di per sé autorevole.

La storia, altresì, non è fissata in concetti astratti che semplicemente interiorizziamo, ma ha una materialità nell’esperienza quotidiana della nostra vita, nelle battaglie che portiamo avanti, nel segno che queste lotte lasciano nella nostra coscienza. Questa è la storia, una battaglia continuamente in corso, questo è il dialogo fra gli storici. Per queste ragioni il mantenimento dell’attuale sistema di produzione di storia non risulta auspicabile, ma fortunatamente è sempre messo in discussione. L’affermazione, per certi versi il trionfo, del modello storico di scuola anglosassone ha portato all’esasperazione e a compimento l’immiserimento delle passioni, la chiusura della dialettica entro dinamiche di disciplinamento rinnovato producendo un bisogno di rassicurazione e di affidamento al potere, di disciplinamento ed assoggettamento alle regole introiettate vissute come scelta propria. Questa forma nuova e diffusa si mostra come straordinariamente significativa del tempo storico che attraversiamo. Un tratto caratteristico e insieme assunto ampiamente. Terribili sono i rischi che accompagnano la costituzione di una storia neutra da contrapporre come un mantra alla storia di parte che in questa stagione avremmo finalmente superato, dotando la storia “obiettiva” di un’autolegittimità che viene dalla consorteria intellettuale a cui appartiene e dal referente politico di potere a cui fa riferimento.

La storia modulata con la costruzione anglosassone fa parte della controrivoluzione preventiva di cui aveva parlato Herbert Marcuse. La storia non si presenta da sé, essa riguarda i modi dell’esistenza dei singoli, della loro sofferenza, della loro collocazione di classe e nel mondo, in pratica si intreccia con le metamorfosi della forma delle attività e del lavoro. Una storia che si autoproclama obiettiva e neutrale, poiché mette a confronto versioni diverse e dimentica che la scelta è sempre sia personale che di classe, si risolve in una legittimazione, anticipata e magari concessa una volta per tutte, di un potere. L’idea stessa di questo tipo di storia si riduce ad una controfigura della forma del politico e ad una protesi del potere.

La storia si deve porre delle domande, deve essere ricondotta ad articolarsi con la temporalità dei soggetti e a ridefinire tutte le negazioni e le controversie, non si esaurisce e si risolve nel sentire tutte le campane, ma è la storicità dello spirito dell’epoca. La presunta natura obiettiva e neutra della storia è un’illusione basso-storicista, è una strada tutt’altro che nuova, è solo riverniciata, ma è una strada vecchia e lungamente collaudata. In sostanza è una configurazione un po’ caricaturale di un idealismo d’accatto che non comprende quel che si produce lungo le vie del tempo presente e nella strada percorsa, ma si risolve nell’assolvere e nell’aiutare il sovrano a imbellettare il potere mistificandone le rappresentazioni.

Se facciamo storia e volgiamo i nostri studi agli anni del recente passato, non possiamo non fare i conti con lo spreco della memoria e con le falsificazioni che da ogni parte ci travolgono. Mentre ripercorriamo il passato troviamo anche le anticipazioni del nuovo se solo ci volgiamo in avanti. Le vicende del passato che pure ci appartengono sono contemporaneamente l’occasione per vedere e leggere il presente.

Sempre valida rimane la formula gramsciana scritta in “Passato e presente”:

Quel che veramente li unisce è una concezione pienamente storica dell’uomo, una costante preoccupazione per la storicità della conoscenza, la convinzione che non sia possibile una conoscenza dell’uomo che non sia storica”.

 

https://sinistrainrete.info/storia/9874-ottone-ovidi-storia-e-potere.html

27/05/2017